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Il reato di immigrazione clandestina in Europa

Dunque la normativa francese sembra non discostarsi sostanzialmente da quella italiana. Vi è però un punto imprescindibile di differenziazione: oltralpe non esiste l’obbligatorietà dell’azione penale. Non avendo un articolo analogo al 112 della Costituzione italiana, in Francia i procuratori seguono indirizzi provenienti dal Ministro della Giustizia nel dare priorità al perseguimento di taluni tipi di reati e ciò vale anche per il reato d’ingresso o soggiorno illegale nel Paese. Indi per cui la scelta di perseguire tale reato ricorrendo a pene detentive è legata alla valutazione di quale sia il modo migliore di garantire l’effettività delle misure di allontanamento. Perciò ben difficilmente nel caos dei superstiti di Lampedusa si sarebbe assistito alla loro iscrizione nel registro degli indagati.

Per quanto riguarda la Germania, l’ingresso dei cittadini extra-comunitari è disciplinato dalla Aufenthaltsgesetz del 30 luglio 2004, la quale, come nel caso francese, contempla permessi di soggiorno temporanei (Aufenthaltserlaubnis) e permanenti (Niederlassungserlaubnis). Anche sul suolo tedesco l’immigrazione illegale configura un reato, punito dall’articolo 95 con una pena detentiva da uno a tre anni e una sanzione pecuniaria. La detenzione fino ad un anno è prevista per diverse fattispecie di reato tra cui la residenza in territorio tedesco senza passaporto o altro documento di identità valido, il rilascio di dichiarazioni false o incomplete relativamente ai propri dati personali ai sensi dell’articolo 49.2, la violazione ripetuta del limite di validità territoriale del permesso di soggiorno e l’appartenenza a un’associazione o gruppo la cui esistenza, obiettivi o attività siano tenute volutamente segrete alle autorità.

La reclusione fino a tre anni è prevista invece per lo straniero che, già espulso o ricondotto alla frontiera, entri o soggiorni nuovamente nel territorio federale, utilizzi o fornisca false informazioni al fine di procurare per sé o per altri un permesso di soggiorno o una sospensione temporanea di un provvedimento di espulsione e utilizzi tali documenti per fine di frode. In ogni caso, il giudice può comminare una pena pecuniaria alternativa alla reclusione.

Nel Regno Unito pure è presente il reato d’immigrazione clandestina e ha origini anche piuttosto datate, dacché risale all’Immigration Act del 1971, il quale è stato poi integrato nel 2004 dall’Asylum and Immigration Act. In Gran Bretagna per prassi i controlli interni sui cittadini non esistono, quindi vengono effettuati alle frontiere da funzionari dell’immigrazione o dell’Home Office. Inoltre, non si ha reato nel caso in cui il soggetto esibisca entro tre giorni un documento valido. A questo proposito sono definite tutta una serie di giustificazioni (defences) per provare di avere un giustificato motivo per non aver avuto con sé il documento.

Anche nel regno di Sua Maestà non c’è un equivalente del già citato articolo 112 Cost., per cui interviene nuovamente la discrezionalità dell’autorità giudiziaria sull’opportunità di procedere. In linea generale l’espulsione può esser disposta per via amministrativa dal Ministro degli Affari Interni o seguire una condanna penale. La discrezionalità del Ministero è piuttosto ampia, tanto da poter tenere in considerazione la specifica situazione dello straniero, oltre alle ragioni umanitarie. Anche nel Regno Unito, quindi, non avremo mai assistito al trattamento riservato ai sopravvissuti di Lampedusa.

Quest’ultimo punto ci porta a considerare come le leggi di uno Stato, soprattutto in materie delicate come quella del controllo dei flussi migratori, debbano tenere in considerazione le specificità del Paese stesso. Innanzitutto pare alquanto improbabile che tragedie come quella di Lampedusa possano avvenire in Gran Bretagna o sulle coste tedesche. E poi, come si è cercato di dimostrare, il particolare assetto costituzionale italiano non si s’addice alla previsione di un reato di clandestinità. Chi ha concepito (e chi ancora oggi difende) la legge 94/2009 doveva pensare alle conseguenze su un Paese che per la sua geografia è uno delle mete più ambite per gli sbarchi e non trincerarsi dietro l’affermazione auto-assolutoria che il reato di clandestinità esiste anche in altri grandi Paesi europei.

È invece più che sensata l’esortazione a fare di più a livello europeo per risolvere un problema che non può evidentemente essere solo italiano. È pur vero che solo il 15% degli immigrati irregolari in Italia arrivano attraverso il Mediterraneo, ma lo è ancor di più che il Mare Nostrum si sta tingendo sempre più di rosso. È una situazione inaccettabile per un continente che si ritiene – ed è – faro nel campo dei diritti umani nel mondo. La visita del Presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso a Lampedusa è stato un primo segnale. Restiamo però in attesa dell’ormai irrimandabile cambio di rotta.

In foto: gruppo di soccorritori della Guardia Costiera e della Croce Rossa accolgono un gruppo di immigrati in arrivo sull’isola di Lampedusa (Foto: Frontex). 

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Articolo tratto numero mensile di Europae: “Alle porte dell’UE. L’immigrazione e la frontiera meridionale”, n. 6 – Ottobre 2013 (pp. 15-17). 

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L' Autore - Simone Belladonna

Laureato in Scienze Internazionali-Studi Europei e alla Scuola di Studi Superiori di Torino, da sempre appassionato di politica e storia. Ho studiato in Svezia presso la Linnaeus University, faccio parte del consiglio di redazione di Rivista Europae e a marzo 2015 ho pubblicato con l'editrice Neri Pozza il mio primo saggio “Gas in Etiopia”, sui silenzi e le rimozioni del passato coloniale italiano, specialmente per quel che riguarda l'estensivo uso dei gas sulle popolazioni etiopiche. Fortemente convinto che «l'incomprensione del presente nasce inevitabilmente dall'ignoranza del passato».

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