martedì , 18 dicembre 2018
18comix
Photo © youngthing, 2009, www.flickr.com

Corte UE: no al “turismo del welfare”

28 Paesi, 28 economie e il tentativo di addivenire a un unico mercato del lavoro. Questo lo scenario in cui si colloca il nuovo, ma nemmeno così tanto, fenomeno del “turismo del welfare” o “turismo previdenziale”. In altri termini, si tratta del caso in cui un cittadino europeo goda legittimamente, in quanto tale, di alcuni diritti sociali, versando tuttavia in una condizione di più o meno prolungata disoccupazione. I governi di Regno Unito, Austria, Olanda e Germania nel giugno 2013 indirizzarono, nel merito, una lettera aperta ai Commissari di Giustizia, Affari interni e Lavoro, ai tempi, rispettivamente, Reding, Malmström e Andor.

Punto nevralgico della lamentela, la richiesta di rivalutare i “paletti” riguardanti assistenza medica e sociale per quei cittadini comunitari che “non hanno mai lavorato”. Un malcelato pregiudizio, a monte della lettera: il timore che con l’entrata nello spazio Schengen di Bulgaria e Romania, a inizio 2014, il fenomeno andasse ingigantendosi. Il Commissario Andor rispose allora confortando i mittenti: avrebbero potuto dormire sonni sereni, dato che ben i 2/3 de cittadini bulgari e romeni emigranti avevano raggiunto, dopo l’adesione all’UE dei loro Paesi, Italia e Spagna.

A un anno e mezzo di distanza, le polemiche sul tema, rinvigoritesi e poi spentesi a sprazzi, hanno trovato una solida conferma in una recentissima sentenza della Corte di giustizia dell’UE (CGUE). L’11 novembre scorso, infatti, è stata decisa la causa C-133/13, proposta dal Sozialgerichts di Lipsia (Germania) in merito al ricorso di Elisabeta e Florin Dano contro il Jobcenter della medesima città. Il dispositivo della pronuncia è limpidamente intelligibile: “i cittadini dell’Unione economicamente inattivi che si recano in un altro Stato membro con l’unico fine di beneficiare di un aiuto sociale possono essere esclusi da talune prestazioni sociali”.

In Germania, ai cittadini di altri Stati (anche se cittadini europei) sono precluse alcune prestazioni previste dall’assicurazione di base («Grundsicherung»), specificatamente quelle a garanzia dei mezzi di sussistenza per i destinatari. Questo avviene quando il soggetto in questione si trasferisca entro i confini tedeschi al fine esclusivo di ottenere un aiuto sociale oppure il suo permesso di soggiorno si fondi sul solo obiettivi della ricerca di un’occupazione lavorativa.

La ricorrente, la signora Dano, di origini rumene, non è risultata beneficiaria legittima delle prestazioni di base proprio in quanto disoccupata e, secondo gli atti del Tribunale di Lipsia, non in cerca di un impiego. Tale ricerca, stanti i medesimi documenti, non sarebbe stata intrapresa nemmeno presso il Paese d’origine, lasciato nel novembre 2010 per raggiungere la sorella a Lipsia. Del mantenimento della ricorrente, e del figlio Florin, si sarebbe fatta carico sin dall’inizio del soggiorno proprio la sorella. Tuttavia, la signora Dano ha percepito negli anni due tipi di prestazioni sociali: l’una per il figlio a carico (pari a 184 euro al mese) e l’altra come anticipo della pensione alimentare (per 133 euro mensili).

Per la CGUE, la parità di trattamento invocata dalla ricorrente in virtù della propria cittadinanza europea non sarebbe verificabile. Infatti, secondo la direttiva 2004/38/CE in fatto di libertà di circolazione e soggiorno dei cittadini dell’UE e dei loro familiari, nei primi 3 mesi di soggiorno in un Paese diverso da quello d’origine nessuna prestazione sociale è dovuta. Nei successivi mesi, purché inferiori a 5 anni, il diritto di soggiorno è subordinato al fatto che il cittadino interessato disponga di risorse proprie insufficienti. Una norma posta a tutela dei sistemi di welfare nazionali, affinché i cittadini europei non sfruttino il proprio diritto di circolazione e soggiorno al solo fine di servirsi del sistema più promettente.

La medesima direttiva specifica poi come il vaglio sulla sufficienza delle risorse debba passare attraverso la valutazione caso per caso e, in quello di specie, la CGUE ne ha riscontrato un’evidente mancanza. Pertanto, il principio di non discriminazione tra i cittadini tedeschi e la ricorrente non può essere applicato. Riguardo alla causa, non saranno certo le considerazioni strettamente giuridiche a padroneggiare l’ambiente mediatico, ma quelle politiche. Specialmente in un periodo in cui, più che mai, le tematiche socio-economiche correlate all’immigrazione divengono facili grimaldelli elettorali.

Print Friendly, PDF & Email

L' Autore - Tullia Penna

Dottoranda in Bioetica (Visiting à Sciences Po Paris; Giurisprudenza UniTo; presso la stessa: Laura Magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza e Certificato di Alta Qualificazione della Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi - SSST). Ex tutor e rappresentante degli studenti della SSST. Mi occupo di principalmente di questioni relative all’inizio e gravidanza surrogata. Appassionata di tematiche trasversali, mi interesso di diritti civili ed evoluzione delle istituzioni democratiche. Nel tempo libero sviluppo le mie abilità di fotografa e viaggiatrice.

Check Also

copyright

Copyright, cosa c’è di nuovo nella direttiva votata all’Europarlamento

Il 12 settembre segna una data importante per la gestione del diritto d’autore nell’Unione Europea. …

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *