mercoledì , 12 dicembre 2018
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Germania: introdotto il salario minimo

Nel 2002 il governo Schröder procedette a un complesso piano di riforma del mercato del lavoro, il piano Hartz. Il 3 luglio scorso, il Bundestag ha votato l’introduzione di un Mindestlohn, salario minimo, di 8,50€/ora, imponendo un radicale cambio di marcia alla politiche del lavoro tedesche. Definito la «più importante riforma del mercato del lavoro del dopoguerra», il Piano Hartz è anche tristemente famoso per aver mandato in pensione il generoso Stato Sociale tedesco e aver contribuito alla sconfitta della SPD nel 2005 e alla conseguente Grosse Koalition con la CDU/CSU di Angela Merkel. La Cancelliera deve il suo successo elettorale anche agli effetti positivi sulla competitività tedesca dell’Agenda2010 voluta dal suo predecessore, di cui il Piano faceva parte.

Il Piano si basava sul principio «Fördern und Fordern», sostieni e pretendi: sostegno ai disoccupati, spingendo però sull’incentivo ad accettare le offerte d’impiego. L’equiparazione dei lavoratori a tempo determinato e indeterminato, la creazione di nuove forme contrattuali inquadrate in uno specifico regime esentasse, la riforma dell’Agenzia Federale per l’Occupazione: furono queste le innovazioni nei primi tre stadi (Hartz I-III) della riforma. Il fulcro era però Hartz IV, che modificò radicalmente il complicato e dispendioso sistema delle indennità di disoccupazione. Ridusse la durata del periodo di Arbeitlosengeld I, il sussidio proporzionale all’ultimo salario, e vi fece seguire il regime dell’Arbeitlosengeld II, più basso delle numerose indennità che sostituiva e con criteri di idoneità molto più stringenti.

Il Piano Hartz non passò senza proteste. Die Linke deve la sua stessa nascita alla durissima opposizione al Piano, in particolare ad Hartz IV. La Germania è il Paese della Mitbestimmung, la cogestione, che ne ha fatto quasi un paradiso delle relazioni industriali. Pochissimi scioperi, migliori condizioni contrattuali per i lavoratori ottenute negli accordi di categoria, e una naturale propensione al clima di consenso alla base delle Grandi Coalizioni al governo. Eppure nella prima metà dei 2000, mentre gradualmente venivano implementati i quattro stadi di Hartz, vi furono timori – poi rivelatisi infondati – di un ritorno della violenza come negli anni dell’Autunno Tedesco e della Rote Armee Fraktion.

Attraverso la cogestione, i potenti sindacati di categoria tedeschi hanno barattato minori aumenti salariali in cambio di maggiore occupazione. A livello teorico, un classico esempio della curva di Phillips all’opera. Le esigue indennità di Hartz IV sono state, d’altra parte, ciò che ha dissuaso i lavoratori dalla tentazione di «disoccuparsi». Si sono però ingrossate le fila dei «working poors», quegli occupati che vivono al di sotto della soglia di povertà, fenomeno prima quasi sconosciuto in Germania. Complice forse anche la crisi che, seppur in minor misura, ha fatto sentire i suoi effetti anche in Germania, le disuguaglianze – rimaste relativamente stabili dagli anni ’80 – sono aumentate tra il 2000 e il 2010. Ciò ha favorito i sostenitori del salario minimo anche in Germania, culminando nell’accordo di coalizione tra CDU/CSU e SPD del dicembre scorso.

L’introduzione del salario minimo non muta l’impianto di base di Hartz, a tutt’oggi molto impopolare. Dove già vigono accordi di categoria vi sarà un periodo di aggiustamento fino al 2017. Non sono tuttavia inclusi lavoratori minorenni e disoccupati di lungo periodo, tra i gruppi sociali più deboli e più affetti dalle diseguaglianze degli ultimi anni. I lavoratori Hartz II, minijob e tirocinanti, sono anch’essi esclusi dal regime di salario minimo. Riforma lontana dalle promesse elettorali della SPD, che cerca però di sottolinearne il carattere di universalità tra settori e Länder.

In un commento per l’anniversario del Piano, si lesse sulla Süddeutsche Zeitung che «Hartz IV ha fissato un principio: è sempre meglio lavorare per compensi più bassi, che vivere in permanente dipendenza dallo Stato». Nonostante sia da molti ritenuto la svolta che ha fatto della Germania non più «il malato», ma «la locomotiva» d’Europa, gli studi empirici sui suoi risultati lasciano molti dubbi. L’introduzione del salario minimo cerca di riportare equità in un sistema avversato dalla gran parte dell’elettorato tedesco, ponendo anche fine al «wage dumping» (la corsa al ribasso dei salari) verso il resto d’Europa di cui la Germania è spesso accusata. Più Herz, cuore, e meno Hartz?

(Foto: Medienmagazin.pro – www.flickr.com, 2013)

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L' Autore - Sebastiano Putoto

Laureando magistrale tra Italia e Germania in International Business and Economics, con specializzazione in Macroeconomia. Nato e maturato a Bruxelles, emigrato presso le Università di Pavia, Tolosa e Tubinga, mantiene il suo campo base in territorio belga-fiammingo. E’ co-fondatore di TRAM:E (Teoria, Riflessione, Azione, Movimento: Europa). Poca dimestichezza con i confini, nazionali e individuali. Poliglotta.

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