domenica , 23 settembre 2018
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Grecia e Europa: ultime stoccate?

Domenica 5 Luglio 2015, il referendum ha segnato l’esito del braccio di ferro fra Syriza, partito di maggioranza in Grecia, e la Troika, triunvirato composto da FMI, Commissione Europea e Banca centrale che dal 2010 detiene e gestisce gran parte del debito sovrano ellenico. Questo però non è necessariamente nè il culmine, nè il risultato finale del lungo negoziato politico. La Grecia ha preso sicuramente una posizione netta decidendo di non accettare le condizioni delle tre istituzioni per ricevere ulteriori finanziamenti, ma questa è una partita a più giocatori, il tempo a disposizione non è finito e gli obiettivi sono molteplici. La Grecia dovrà prendere altre decisioni, forse più difficili.

Tre contendenti e un’arena troppo vasta, oltre la Grecia

Atene dovrà decidere se pagare il costo del default sia meglio della prospettiva di poter chiedere un’ulteriore tranche di finanziamenti sperando nella ripresa economica. Il prezzo del fallimento o le condizioni di rinegoziazione, non solo del proprio debito, ma della sua permanenza nell’area euro, saranno, però, determinati dalle troika stessa, decidendo il costo di finanziamento di EFSF e ESM, principali veicoli di salvataggio degli Stati sovrani europei. I mercati, infine, si elevano non solo a misura ultima della solvibilità greca, ma anche della credibilità stessa delle istituzioni comunitarie e della loro capacità di gestire la crisi.

Inoltre, la gestione di un debito pari a 180% del PIL nazionale, bilanciando le scandenze delle fonti di finanziamento, lascia certamente spazio a numerose strategie, ma anche a indecisioni e divisioni all’interno della teoria economica. FMI, Commissione, ma anche importanti testate come l’Economist sono possibiliste. Il debito si può ricondurre alla più accettabile e sostenibile soglia del 110% nel decennio del 2020. La sostenibilità, però, è vincolata al mantenimento di un avanzo primario compreso fra il 3 e il 4% e a tassi di mercato contenuti in un orizzonte temporale medio-lungo, ipotesi molto ottimistiche, data anche la forte turbolenza politica.

D’altra parte economisti come Krugman o Stiglitz, più pessimisti nelle previsioni, evidenziano come le restrizioni sui conti pubblici imposte dagli organismi europei, siano recessive, almeno nel breve periodo, e deleterie sia per il gettito fiscale che per la crescita economica.

Crescita. Obiettivo e mela della discordia

Nodo del contendere è però la stessa crescita. Può essere favorita da un condono del debito pubblico o di parte di esso? Le posizioni principali sono due. Un fallimento potrebbe non essere sufficiente per la Grecia. Alti livelli di corruzione, un sistema pensionistico poco sostenibile, una scarsa diversificazione economica, una bilancia commerciale ancora negativa e una classe politica e burocratica inefficiente continuerebbero a gravare sulle prospettive di crescita. In un contesto post fallimento, inoltre, la sfiducia dei mercati non permetterebbe la copertura finanziaria per fare investimenti sostenibili.

D’altra parte ci si chiede se l’accanimento dei creditori non abbia contribuito al collasso politico dello Stato greco, alla svendita poco lungimirante di patrimonio strategico e alla contrazione dei consumi. Il default potrebbe portare respiro all’economia e maggiore libertà d’azione per un governo responsabile che, attraverso un’espansione fiscale nel breve periodo, possa porre le basi di una crescita nel medio-lungo termine tramite investimenti e riforme strutturali.

Referendum. Vittoria o morte del dialogo?

Queste visioni sono opposte, due modi di vedere la crisi e di vedere l’economia. Ci si chiede però se esistesse o se esista ancora uno spazio di manovra intermedio. La Grecia, così come gran parte dei paesi dell’eurozona, ricominciava a mostrare segnali di ottimismo e i germogli di una crescita che, ancora debole, richiedeva azioni costruttive da entrambe le parti, debitori e creditori. Ora, la tensioni fra le parti sembrano vanificare gli sforzi passati e antepongono un altro interrogativo. Che significato ha il referendum?  Una presa di posizione consapevole dell’opinione pubblica e un superamento delle fratture di una scricchiolante sovrastruttura istituzionale?

In tal caso potrebbe essere un segnale positivo per avviare un dialogo democratico all’interno delle istituzioni europee. O, invece, è sintomo della politicizzazione definitiva della tensione fra istituzioni nazionali e sovranazionali in Europa? Nessuna sfida, quindi, di un Prometeo ribelle al paradigma tecnocratico in nome di una democrazia europea, ma solo l’incancrenirsi di un male nazionale che, attraverso conflitti particolari e interessi molto concreti, rischia di contagiare e di estendersi in maniera regressiva all’economia e alla politica europea.

L' Autore - Flavio Malnati

Laureato Magistrale in Economia e Public Management presso l’Università Bocconi. Ho appena concluso il Master in Diplomacy presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale(ISPI) a Milano. Appassionato di Politica Estera, Politica Economica, Politiche Culturali e Integrazione Europea. Amo viaggiare, ho fatto due scambi universitari, uno in Giappone e uno in Egitto, interrottosi per la Primavera Araba. Entrambi fondamentali per la mia formazione. Informarsi e saper informare correttamente sono elementi imprescindibili per partecipare alle sfide di un contesto globale. Ecco perché se scrivere è importante, scrivere dell’Europa e per un’Europa più consapevole è per me una sfida e un motivo di orgoglio. Ecco perché sono felice di scrivere per Rivista Europae.

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