lunedì , 17 dicembre 2018
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Il Vice Presidente della Commissione Jyrki Katainen © European Commission, 2015

Investimenti: sforare il 3% non sarà più così grave

Sono passati poco meno di due mesi da quando il Presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker presentava alla plenaria del Parlamento Europeo il tanto atteso Piano per gli investimenti da 315 miliardi di euro. Ora, a inizio 2015, la Commissione è pronta a far partire la fast-track legislativa per rendere operativo entro metà anno l’EFSI (Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici). Come anticipato a novembre, il nuovo fondo europeo sarà capitalizzato inizialmente con 21 miliardi di euro, dei quali 16 miliardi verranno da garanzie europee già inserite nel budget UE e 5 miliardi dalla Banca Europea per gli Investimenti (BEI). Attraverso un effetto leva 1:15, il Fondo raccoglierà almeno 315 miliardi di euro sul mercato da utilizzare per investimenti strategici in settori chiave come l’energia, le infrastrutture e la ricerca.

Parte della stampa economica internazionale aveva definito timido il piano Juncker proprio per quest’ultimo elemento. Alcuni commentatori avrebbero preferito un maggiore impegno da parte degli Stati, auspicando una capitalizzazione diretta da parte di questi ultimi, piuttosto che un ricorso ai mercati. D’altra parte però, per i Paesi dell’Unione Europea sarebbe stato troppo oneroso in termini di finanza pubblica indebitarsi per raccogliere 315 miliardi di euro da versare nell’EFSI. Se i contributi si fossero calcolati in base al PIL, l’Italia avrebbe dovuto versare ben più di 30 miliardi di euro.

Piano Juncker: le proposte della Commissione

Ma come funzionerebbe questo effetto leva? Alcuni dettagli sono stati svelati martedì dal Vice Presidente della Commissione Jirki Katainen. Per ogni miliardo versato inizialmente nell’EFSI, il fondo emetterà strumenti finanziari sui mercati pari a 15 miliardi di euro, da reinvestire nei progetti selezionati. Ad esempio, potrà emettere un bond acquistabile da banche e risparmiatori e, con il ritorno sull’investimento, ripagare le cedole agli investitori. Per gli investitori più prudenti o con un interesse specifico verso un determinato progetto, verranno emessi project-bond mirati.

La Cassa Depositi e Prestiti e la flessibilità sul rapporto deficit/PIL

Il capitolo più interessante riguarda gli Stati. L’EFSI potrà emettere azioni acquistabili direttamente dai Paesi UE e i fondi raccolti potranno generare effetti leva aggiuntivi. Invece di versare più di 30 miliardi di euro di risorse fresche, l’Italia potrebbe limitarsi ad aggiungere 4 miliardi. Con la leva 1:15, quei 4 miliardi genererebbero investimenti per 60 miliardi di euro. Ma non è finita qui. Per non gravare sulle finanze pubbliche, la Commissione Juncker permette agli Stati di usare le proprie Casse Depositi e Prestiti per acquistare quote dell’EFSI.

Per chi vorrà mettere risorse prelevate direttamente dal bilancio nazionale invece, il contributo verrà giudicato positivamente in caso di sforamento del deficit oltre il 3% del PIL. Una mossa squisitamente politica che lancia il messaggio chiarissimo agli Stati di dimenticare i tecnicismi. E’ finito il tempo dei tecnici puri. Con Juncker ogni caso verrà giudicato con criterio ed attenzione. Non per nulla insieme ai dettagli sull’EFSI sono state presentate le nuove linee guida sulla flessibilità nel valutare i conti pubblici.

Quali investimenti?

Chiariti gli aspetti sul reperimento dei fondi, sono state svelate nuove informazioni su come i fondi verranno impiegati. Potranno venire investiti su singoli progetti rischiosi (anche in iniziative di venture capital), che potranno portare a delle perdite, ma l’orientamento generale sarà di garantire un ritorno generale sugli investimenti. Dovranno dormire sonni tranquilli sia gli azionisti (UE, BEI, Stati e Casse Depositi) che i creditori (bondholder).

Ora la palla passa a Consiglio UE e Parlamento Europeo, che lavoreranno a testa bassa sulla proposta legislativa per giungere ad una rapida approvazione entro l’estate. Entrambi gli organi potrebbero apportare elementi migliorativi rilevanti, come è successo durante i lunghi negoziati che hanno portato al via libera dell’Unione Bancaria.

Non ci si aspetta grosse obiezioni dai cosiddetti “falchi del rigore” come Finlandia e Germania, poiché i fondi nazionali sono al momento totalmente opzionali. Resta da capire cosa accadrebbe in concreto se uno Stato decidesse di versare considerevolmente più degli altri. Il condizionamento sul comitato degli investimenti per ottenere maggiori investimenti in progetti nazionali non sarebbe poi così leggero. E questo è del tutto lecito. Un dilemma etico da non sottovalutare.

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L' Autore - Fabio Cassanelli

Responsabile per lo Sviluppo e Responsabile Euro, Economia e Finanza - Laurea triennale in Economia Aziendale e laurea magistrale in Economia, ambiente, cultura e territorio all'Università di Torino. Sono Redattore su Rivista Europae e Presidente dell'associazione culturale Osare Europa.

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