martedì , 19 giugno 2018
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Photo © Simon Cunningham - www.flickr.com, 2014

La FED non alza i tassi: solo un rinvio?

Sembra lo scenario di un comune horror: il picco di tensione  appare trascorso, l’economia globale ritorna a crescere, quella europea compresa, ma quel senso di angoscia tra i personaggi, in questo caso gli attori economici, mette in guardia anche gli spettatori. Nonostante i risultati positivi c’è attesa nell’aria e un’incertezza che, accumulatasi negli anni della crisi, non sembra essere passata.

Vi sono poi segnali più tangibili attraverso i quali tali timori si materializzano. Prima di tutto un mercato del lavoro americano che, pur formalmente tornato a livelli di occupazione pre-crisi,  nasconde una certa fragilità strutturale. Molti dei lavoratori reintegrati sono stati assunti con posizioni e contratti più precari che offrono orizzonti di vita meno stabili rispetto a quelli precedenti. Questo influirebbe, oltre che sul consumo, anche sul naturale meccanismo di contrattazione dei salari e, indebolendo l’offerta e il costo del lavoro, frenerebbe la crescita dei prezzi e l’inflazione.

Il peso di una decisione non attuata

Con la decisione presa il 17 settembre, la Fed ha dunque deciso di mantenere i tassi vicini allo zero, senza interrompere il trend che dura dal 2008. Ma anche solo la prospettiva di una Fed più restrittiva in politica monetaria è capace di interpretare questo scenario d’incertezza e di rilanciarlo a livello globale, con il ricordo del rialzo dei tassi anteriore al 2007, preludio alla crisi internazionale. La mancata attuazione di un rientro della moneta non impedisce che, presto o tardi, il mondo dovrà fare i conti con un dollaro più costoso. Essa sottolinea, anzi, gli equilibri deteriorati nei rapporti economici e finanziari fra Paesi la cui tenuta è stata spinta allo stremo dalla crisi.

Se però l’America, pur con evidenti fragilità, sembra aver avuto qualche anno di respiro e la Cina, pur sentendo sempre di più il peso di un rallentamento dell’economia, sembra apparentemente rimanere su livelli di crescita stabili, uno shock anche debole nella bilancia commerciale e nei conti finanziari europei potrebbe tornare a sconvolgere gli equilibri comunitari.

Fed e BCE: obiettivi diversi, stesse incertezze

Su questo si impernia la decisione di Mario Draghi, Presidente della Banca Centrale Europea. Se infatti la Fed dovrà alzare i tassi, la BCE, di risposta, dovrà decidere se continuare o, addirittura, intensificare la sua politica di “Quantitative Easing”. Lo scenario per l’Europa sembra quasi inverso:  per gli Stati Uniti, infatti, il rischio è quello di frenare o prevenire la ripresa dell’inflazione, per l’Europa invece la sfida è quella di portare il tasso intorno all’obiettivo del 2%, a fronte di risultati economici che fino a qualche mese fa accarezzavano un contesto di deflazione.

Nonostante questa divergenza, vi è un comune interrogativo: qual è il tasso naturale di disoccupazione, fulcro della costruzione di qualsiasi modello necessario per tarare le leve di politica economica? Non lo si conosce, poichè la crisi ha sconvolto a livello strutturale gli equilibri di entrambi i sistemi e, al momento, è difficile poter disporre di serie storiche sufficienti a stimare l’andamento potenziale del PIL nel lungo periodo.

Se il pericolo viene da oriente

Resta, infine, da capire quali potrebbero essere gli effetti sistemici a livello globale. Un’ulteriore fonte di fragilità, infatti, potrebbe provenire non tanto dall’Atlantico, ma indirettamente dal Pacifico, attraverso l’economia cinese. Non bisogna sottostimare i potenziali effetti del rallentamento del dragone, dato che esso è stato determinante per quanto riguarda la decisione della Fed. Benché sia improbabile che tale fenomeno si verifichi in maniera radicale nei prossimi anni, certamente le turbolenze sui mercati finanziari hanno messo in luce la sostanziale opacità del processo di compravendita dei titoli cinesi, oltre che la difficoltà delle autorità nel gestire la bolla. La presenza di shock sui tassi e sugli equilibri monetari internazionali porrebbe non pochi interrogativi sulla tenuta dei mercati nazionali e internazionali e sulla stessa stabilità politica del gigante asiatico.

L' Autore - Flavio Malnati

Laureato Magistrale in Economia e Public Management presso l’Università Bocconi. Ho appena concluso il Master in Diplomacy presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale(ISPI) a Milano. Appassionato di Politica Estera, Politica Economica, Politiche Culturali e Integrazione Europea. Amo viaggiare, ho fatto due scambi universitari, uno in Giappone e uno in Egitto, interrottosi per la Primavera Araba. Entrambi fondamentali per la mia formazione. Informarsi e saper informare correttamente sono elementi imprescindibili per partecipare alle sfide di un contesto globale. Ecco perché se scrivere è importante, scrivere dell’Europa e per un’Europa più consapevole è per me una sfida e un motivo di orgoglio. Ecco perché sono felice di scrivere per Rivista Europae.

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