lunedì , 17 dicembre 2018
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L’autunno caldo dell’UE post-austerità

L’Unione Europea è uno strano “animale politico”: una confederazione in fieri, unita da un punto di vista monetario, ma non da quello politico-militare, con un’architettura istituzionale interessante da un punto di vista accademico, ma incomprensibile per il cittadino medio, una curiosa passione per i litigi tra gli Stati membri: la lotta all’ultimo sangue tra l’Inghilterra e il resto dei grandi Paesi europei attorno al nome di Juncker è un classico caso di lotte fratricide legate alla confusione che regna circa la direzione di marcia da intraprendere nei prossimi anni.

La sua natura proteiforme, di adattamento in base agli interessi contingenti dei Paesi, ai risultati elettorali e alle dinamiche sociali prevalenti, rende l’Unione sempre prossima a nuove sfide che si possono rivelare gravose. In particolare, le elezioni di tutti i tipi stanno diventando un formidabile catalizzatore di cambiamenti: le ultime europee, che sono state in sostanza un trionfo “moderato” degli euro critici, legato al successo personale di Renzi in Italia, hanno confermato che gli scrutini sono sempre un momento difficile per i tutori dello status quo. E nell’autunno prossimo si profilano altre elezioni, stavolta di natura referendaria, che possono sconvolgere i nostri modi abituali di pensare.

Dopo il 25 maggio coloro che predicano l’austerità sono come un pugile suonato all’angolo: basta un soffio di vento per metterli k.o. e l’Italia di Renzi sembra pronta a prendersi il ruolo del giustiziere. Fino a pochi anni fa questo scenario sarebbe stato impensabile: eravamo dipinti come un popolo guidato da una classe politica inaffidabile, una corruzione endemica e con un Primo Ministro (mi riferisco a Silvio Berlusconi) in odor di ardite intese con dittatori euro-asiatici. Ora tutto è cambiato: pensare che questo sia merito di Renzi o di Monti pare francamente troppo, anche perché – come dimostrano le recenti cronache – la corruzione nel Bel Paese non è certo in ritirata.

Certamente la Germania si è sentita rassicurata dal corso post-berlusconiano, ma un’inversione di rotta così pronunciata (con la Merkel sotto il fuoco incrociato della Bundesbank e dei falchi a causa della troppa benevolenza con l’Italia) è dovuta soprattutto al voto europeo: Berlino è semplicemente terrorizzata dal fatto che il Front National possa avanzare ancora in Francia e, in prospettiva, che l’Italia – delusa da un Renzi prosecutore delle politiche di austerità di Monti e compagnia – possa riversare i suoi voti in massa su Grillo o su altri politici ritenuti inaffidabili o pericolosi. La tenuta del progetto euro dipende ormai in larga parte dalla tenuta politica di Francia e Italia: questo indica che i problemi maggiori dell’UE non sono più tanto economici – anche se la situazione economica resta mediocre, e in alcuni casi orribile, con tassi di disoccupazione “stabilizzati” al 25% – ma anche politici.

Nessuno può dire quanto il rinnovamento politico-economico dell’Unione Europea potrà andare avanti, al di là dei facili proclami di questi giorni: per un vero rilancio, infatti, bisogna mettere in discussione proprio i parametri contabili, che per gli ortodossi del rigore sono intoccabili, e avviare una poderosa politica di investimenti pubblici. La battaglia sarà lunga e probabilmente senza vincitori.

Tuttavia, all’orizzonte, si profilano altri problemi: il 18 settembre è previsto il referendum della Scozia per la secessione dal Regno Unito, un evento che fa fibrillare ancora di più una Londra già tentata dall’uscita dall’UE e che, in caso di vittoria dei “sì”, potrebbe essere un precedente fruttuoso per la Catalogna, anch’essa ai ferri corti con il potere centrale di Madrid. Senza contare le tante altre piccole patrie sparse per gli Stati-Nazione che, negli ultimi mesi, sono già state rinfrancate dal plebiscito che ha riconsegnato la Crimea alla Federazione Russa.

Il probabile nuovo Presidente della Commissione Europea Juncker con tutta probabilità avrà da sbrogliare non più solo una crisi economica ancora presente, ma un turbinio politico-istituzionale di vasta portata: le premesse non sono buone, visto anche che la sostanziale inettitudine con cui il PPE ha affrontato gli albori dell’euro-crisi, ma l’Unione Europea ha già dimostrato capacità di resistenza superiori alle attese.

In foto il Primo Ministro italiano Matteo Renzi e il Cancelliere tedesco Angela Merkel durante l’incontro bilaterale all’ultimo G7 (Foto: Palazzo Chigi – www.flickr.com) 

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L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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