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Sanzioni alla Russia, quali gli effetti in Europa?

Uno studio di prossima pubblicazione dell’Istituto Austriaco per la Ricerca Economica sembra suggerire che la Commissione Europea abbia stimato l’impatto delle sanzioni incrociate fra Russia ed Europa a partire da ipotesi forse troppo ottimistiche. Le aree economiche russa ed europea sono due sistemi che, compenetratisi nel corso degli anni, cercano ora di ripristinare la propria identità iniziale seguito dello shock delle sanzioni. Valutare gli ambiti di più stretta integrazione, le modalità della loro successiva scissione e in che misura questa costituisca una trasformazione reversibile, diventa quindi fondamentale per stimare correttamente l’impatto delle sanzioni.

Sicurezza o beneficio economico, è questo il dilemma?

Complesse infatti sono le forze stesse che guidano l’integrazione, divise fra ragioni geopolitiche ed economiche che sembrano, almeno nella retorica politica, accettate sia dall’Europa che salla Russia. La prima ottica sembra guidata da logiche di sicurezza e forse dal fine di preservare o espandere le rispettive aree di influenza strategica.

La seconda, invece, è guidata da ragioni di beneficio economico e sociale. A fronte di effetti negativi minimi per quanto riguarda l’effetto di diversione del commercio verso Paesi terzi, l’integrazione si è manifestata attraverso un aumento dell’esposizione commerciale di ciascuna regione nei confronti dell’altra, con un incremento degli investimenti diretti esteri europei e tramite l’uso in Russia dell’euro come prima valuta straniera.

Le relazioni Europa-Russia sono asimmetriche

L’integrazione commerciale è asimmetrica nelle ragioni di scambio e in funzione dello spazio geografico degli Stati coinvolti. La Russia sembra esportare principalmente gas naturale, mentre l’Europa per lo più prodotti meccanici, farmaceutici e tessili. Geograficamente i Paesi più dipendenti dalla Russia rimangono i Paesi dell’Europa orientale. Le importazioni russe di energia contano più del 50% del PIL e, a livello di bilancia commerciale di Paesi Baltici, Ucraina e Bielorussia, le importazioni e esportazioni da e verso la Russia pesano per più del 5% sul PIL.

Più complessa appare la situazione per i Paesi occidentali. A livello commerciale, infatti, l’esposizione sembra maggiore per la Germania, ma, se si considerano gli investimenti diretti esteri, bisogna includere Paesi come Olanda, Irlanda, Svizzera e Austria e, annoverate le partecipazioni finanziarie, anche Francia, Italia e Ungheria.

L’incertezza sugli effetti delle sanzioni

Complesso è infine il risultato, descrivibile non solo dal tradizionale modello ricardiano di vantaggi comparati, ma secondo dinamiche che considerano anche la capacità di accumulare capitali, organizzare progetti e investimenti infrastrutturali in base a strategie fondate sul mantenimento di interessi economici e politici comuni.

Così come la relazione tra Russia e Europa si è plasmata nel corso di due decenni su un rapporto fiduciario piuttosto che su accordi vincolanti, ora, nella cattiva sorte, le aspettative di vertici istituzionali, consumatori e produttori, si fondano sulla base del perdurare dei meccanismi sanzionatori. Ma come determinare l’andamento di un meccanismo che, attraverso poco lineari logiche di reazione e controreazione, nasce da ragioni politiche, ma infligge danno a volte a un intero blocco regionale, a volte a un singolo Stato, a volte a un singolo gruppo economico?

In un contesto d’incertezza, in Russia, piccoli e grandi produttori alzano i prezzi per mantenere il proprio potere d’acquisto, gli investitori spostano capitali all’estero e chi non può soccombe all’inflazione. Rimane quindi il dubbio su quanto, oltre a un generico effetto recessivo sull’economia di Mosca, tali sanzioni ottengano l’obiettivo auspicato, ovvero raggiungere quell’élite economica che rappresenta il fulcro del potere politico ed economico russo.

Per quanto riguarda l’Europa occidentale, economia forse più solida dal punto di vista macroeconomico, il principale rischio rimane quello sistemico. Un rallentamento non solo dell’Europa dell’Est, ma anche delle economie dell’Asia centrale potrebbe non solo significare ingenti perdite per molte istituzioni finanziarie europee e colossi dell’energia, ma influenzare anche l’ordinaria dinamica salariale e la scelta di consumo e risparmio degli individui.

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L' Autore - Flavio Malnati

Laureato Magistrale in Economia e Public Management presso l’Università Bocconi. Ho appena concluso il Master in Diplomacy presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale(ISPI) a Milano. Appassionato di Politica Estera, Politica Economica, Politiche Culturali e Integrazione Europea. Amo viaggiare, ho fatto due scambi universitari, uno in Giappone e uno in Egitto, interrottosi per la Primavera Araba. Entrambi fondamentali per la mia formazione. Informarsi e saper informare correttamente sono elementi imprescindibili per partecipare alle sfide di un contesto globale. Ecco perché se scrivere è importante, scrivere dell’Europa e per un’Europa più consapevole è per me una sfida e un motivo di orgoglio. Ecco perché sono felice di scrivere per Rivista Europae.

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