martedì , 11 dicembre 2018
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Il Ratto d’Europa: per un’Archeologia dei Saperi Comunitari

Narra Ovidio che Giove si invaghì della bella Europa, figlia di Agenore re di Tiro e che, per sedurla, decise di tramutarsi in uno splendido toro bianco. Non appena lo vide, la principessa fenicia cominciò allora ad accarezzarlo e osò addirittura salirgli in groppa. A quel punto il toro spiccò un balzo e cominciò una lunga corsa. Dopo ore e ore, Europa approdò finalmente nell’isola di Creta e diede il suo nome al continente intero. Dall’unione tra Europa e Zeus nacquero Minosse, Radamanto e Sarpedonte.

Inizia così, in medias res, “Il Ratto d’Europa: per un’archeologia dei saperi comunitari”, lo spettacolo ideato e diretto da Claudio Longhi che è andato in scena al Teatro Storchi di Modena dal 9 al 19 maggio 2013. Il sipario si apre e il mito è interpretato, gridato, stravolto per le successive quattro ore. All’eterea immagine della bella fanciulla fenicia si sovrappone la proiezione sullo sfondo delle violente manifestazioni di piazza nella Grecia del 2011. In questo gioco di contrasti azzardati, ecco che anche lo stesso rapimento (“ratto”) di Europa si tramuta in un grosso ratto blu. Lo spettacolo nasce con l’ambizione di raccontare le traversie di un’Europa che “scompare” non soltanto nel mito, ma soprattutto nella coscienza collettiva europea. Al di là delle gravi ripercussioni sociali, una delle conseguenze più profonde e destabilizzanti della crisi economica del 2008 è stata infatti l’erosione dell’idea di Europa come comunità di popoli, ancor prima che di intenti. Cresce il sospetto nelle opinioni pubbliche nei confronti di una costruzione europea che è percepita sempre più come soffocante macchina burocratica: ad essere messo in discussione non è solo l’assetto strutturale del sistema Unione Europea, bensì le sue stesse fondamenta.

Agli occhi di molti, il progetto europeo ha ormai perso ogni aura di legittimità e non è altro che un’ennesima falsa ideologia che deve essere demistificata. Per evitare che l’intera costruzione europea collassi sotto il suo stesso peso, si fa urgente la necessità intraprendere uno sforzo di autocritica collettiva. Un tale sforzo non può non partire da una dimensione culturale, per poi investire anche la sfera economica e quella politica. La sfida lanciata da “Il Ratto d’Europa” è proprio questa: iniziare a ripensare la nostra identità europea a partire dal teatro, luogo d’incontro d’eccellenza tra particolare e universale, tra locale e “europeo”. Lo spettacolo rappresenta infatti il coronamento di un percorso articolato, reso possibile dalla collaborazione con più di 60 partner modenesi e dalla scommessa di Emilia Romagna Teatro Fondazione, che ha voluto credere in un progetto capace di coinvolgere l’intera città di Modena in un esperimento di laboratorio condiviso.

Al di là della dimensione “eurolocale” di cui è intriso il progetto, “Il Ratto d’Europa” ha però anche la pretesa di fungere da laboratorio di riflessione a tutto tondo, una sorta di seduta psicanalitica collettiva. Nove personaggi improbabili, che rappresentano le diverse e spesso contrastanti visioni del progetto europeo piuttosto che le diverse nazionalità, si ritrovano uniti sul palco da un solo obiettivo: salvare l’Europa – o forse sarebbe meglio dire le Europe – da un incombente e non meglio precisata invasione, affrontando nove prove diverse. Ecco allora che il teatro si trasforma in un’avvincente puntata di “Giochi senza Frontiere”, nel quale ognuna delle nove gare tocca uno degli elementi cardine della costruzione europea.

Le prime cinque prove (“Strade”, “Viaggi”, “Lingue”, “Confini” e “Guerre”) riflettono una concezione di Europa come entità geografica e culturale. Le tre successive (“Bandi UE”, “Euromiti” e “Eurocucina”) sono invece imperniate sull’idea di Europa così come si è venuta concretizzando con la nascita dell’Unione Europea. Alternando trovate brillanti a momenti (forse un po’ troppo) didattici, i nove protagonisti riescono a destreggiarsi abilmente in un dedalo fatto non solo di scioglilingua finlandesi, diari di esperienze Erasmus, strade romane e fondi di coesione europei, ma anche di una lista interminabile di guerre combattute sul continente europeo, da Maratona all’ex Iugoslavia. Tuttavia, i nove protagonisti falliscono miseramente nella prova di cucina (combattuta a suon di amaretti allo spread) e sono costretti a giocarsi il tutto e per tutto nella prova finale: “Sport”. L’improbabile squadra europea si trova allora a fronteggiare un agguerrito “ resto del mondo” – personificato dalla squadra del Modena Rugby al completo – in un’ancora più improbabile partita all’ultimo sangue. E’ proprio alla meta decisiva le luci si spengono e cala il sipario: “Fine ?” Il punto interrogativo finale sembra suggerire che l’Europa sia un viaggio, prima ancora di essere una meta; un processo in divenire, prima ancora di essere un risultato. Come ha detto una volta Jacques Delors:

L’Europe, c’est comme la bicyclette: si elle n’avance pas, elle tombe.

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L' Autore - Stefania Bonacini

Responsabile politiche regionali e industriali - Ho conseguito la laurea magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna, con una tesi in inglese dal titolo: "Dynamics of Transition in Egypt: the Role of the EU". Dopo aver lavorato un anno a Bruxelles, mi sono trasferita di nuovo in Italia. Mi occupo principalmente di comunicazione.

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