martedì , 18 dicembre 2018
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Matteo Renzi e Angela Merkel alla Conferenza sul Lavoro dell'8 ottobre © Palazzo Chigi, www.flickr.com, 2014

La partita europea di Renzi: cambiare, senza dividere l’UE

Matteo Renzi corre e la giornata di mercoledì è stata una tappa importante nelle due arene che contano: il palcoscenico europeo e il difficile passaggio parlamentare delle riforme. In effetti, Renzi si è speso molto, nelle ultime settimane, per far combaciare tutti i pezzi del puzzle: far approvare il Jobs Act, la tanto sospirata riforma del mercato del lavoro, prima della Conferenza europea sul Lavoro a Milano, a cui avrebbero partecipato i capi di Stato e di governo, oltre che i Ministri del Lavoro, dei Paesi UE.

Il premier italiano aveva fortemente voluto la Conferenza di Milano, considerandola un evento fondamentale all’interno del semestre di Presidenza italiana dell’UE. Invitando i partner europei a discutere di lavoro, l’Italia intendeva mostrare come le nuove priorità dell’UE debbano essere crescita e occupazione. Una posizione che ha presto acquistato un alleato nella Francia di Manuel Valls e, sempre meno, di François Hollande.

Tuttavia, la volontà di Renzi di fare del semestre di Presidenza (Conferenza sul lavoro inclusa) un momento di svolta nella direzione politica europea si sta scontrando con i limiti istituzionali del periodo post-elettorale e con le resistenze politiche di molti Stati membri dell’UE, Germania in testa. Entrambi gli aspetti erano preventivabili.

Era infatti difficile immaginare che i mesi successivi alle elezioni europee di maggio potessero davvero costituire un periodo di decisioni politiche nette. Prima le trattative per la scelta del nuovo Presidente della Commissione, poi quelle per le altre cariche istituzionali europee, infine il processo dell’ultimo mese per la definizione dei portafogli all’interno della nuova Commissione. Insomma, fino a quando la Commissione guidata da Jean Claude Juncker non sarà insediata, difficile aspettarsi di più.

Certo, Juncker ha promesso un piano per mobilitare 300 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati a favore della crescita. Ma si tratta di una promessa, bisognerà aspettarne gli aspetti concreti. Nel frattempo, Italia e Francia si aggrappano comunque alle parole del Presidente della Commissione, facendone la base per le proprie rivendicazioni di flessibilità sui conti a favore di maggiori interventi di politica economica. Qui però si spezza il supposto asse Roma-Parigi.

Se infatti la Francia ha deciso di strappare, annunciando di non voler rispettare la tabella di marcia di riduzione del deficit (a fronte di un’agenda riformista nebulosa), l’Italia di Renzi sembra voler giocare sui due tavoli: accreditarsi come Paese degno di fiducia (mercoledì il premier ha annunciato che il deficit per il 2013 sarà al 2,9%) e impegnato nelle riforme strutturali (da qui la corsa affannosa per approvare il Jobs Act prima o durante la Conferenza), ma allo stesso tempo mettere in discussione le regole europee e le politiche di austerità. Ancora mercoledì, Renzi ha sottolineato, con Angela Merkel al suo fianco, che il 3% è un parametro vecchio, che deve essere riconsiderato.

E qui entra in scena il secondo limite all’azione europea del premier: le resistenze politiche. La retorica tedesca si è forse leggermente ammorbidita dopo le elezioni federali di un anno fa, ma la Grande Coalizione non ha modificato nella pratica la linea politica di Berlino. Merkel continua a ribadire l’importanza del rispetto delle regole e le uniche aperture alla flessibilità tanto reclamata da Renzi riguardano solamente le normative esistenti. Una prova dell’intransigenza? Nessun Vertice sul lavoro, troppo ‘ufficiale’. Meglio una Conferenza, meno impegnativa. Tutto questo nonostante anche l’economia tedesca stia iniziando a soffrire della debolezza diffusa nell’eurozona.

Renzi sta svolgendo un’attività diplomatica continua per ‘vendere’ l’immagine di un’Italia riformista e creare nuove alleanze europee. È passata quasi in silenzio la visita a Londra, ad esempio, dove il premier si è trovato d’accordo con David Cameron su un’UE più flessibile. Ma potrebbe non bastare.

Il governo italiano sta giocando una difficile partita, cercando degli spiragli di flessibilità senza creare fratture in Europa. La speranza italiana è che, a fronte di riforme che sembrano recepite positivamente all’estero, l’UE riconosca margini di manovra ulteriori, come suggerito dal FMI. La Conferenza di Milano potrebbe essere un primo segnale di coordinamento fra i Paesi (riforme in Italia in cambio di salario minimo in Germania?). Per portare a casa la partita, non basteranno però la buona volontà e il carisma personale del premier.

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L' Autore - Luca Barana

Vicedirettore e Responsabile Istituzioni e Affari Generali – Conseguita la laurea triennale in Scienze Politiche, ho scoperto un vivo interesse per la politica internazionale. Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi sulle Relazioni esterne dell’UE, incentrata sul contributo alla cooperazione allo sviluppo delle relazioni interregionali con l’Africa. Appassionato di giornalismo, ricopro il ruolo di vicedirettore di Europae.

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