mercoledì , 12 dicembre 2018
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Foto: WikiCommons

In Libia regna il caos, l’Europa crede nella ripresa economica

Alla frontiera meridionale dell’Europa, nel sostanziale immobilismo della comunità internazionale, la Libia resta divisa e vicina al totale collasso politico e umanitario. I governi rivali di Tripoli e Tobruk non trovano un accordo su come ricostruire un’entità statuale capace di controllare il territorio libico, garantire la sicurezza della popolazione e respingere l’avanzata delle milizie dell’ISIS.

Le Nazioni Unite e l’Unione Europea lavorano a livello diplomatico, cercando di favorire il dialogo con l’obiettivo di riportare all’unità le componenti della complessa e variegata società libica. La situazione sul campo resta però drammatica e si continua a discutere di un intervento internazionale per il blocco navale del Paese che almeno argini i rischi derivanti dall’immigrazione clandestina incontrollata verso le coste dell’Europa.

Rivalità e divisioni nel fronte terrorista sunnita

La Libia, così come la Siria, resta quindi un terreno di scontro tra le forze arabe moderate e terroristi islamisti appartenenti a diverse organizzazioni terroristiche o para-statuali. In Siria la divisione è ancora più evidente per lo scontro in atto tra il regime di Assad e decine di milizie e gruppi paramilitari, spesso in lotta tra loro, tra i quali gioca un ruolo importante il Fronte Jabhat Al-Nusra, rivale dello stesso ISIS.

La galassia del terrorismo sunnita è infatti più vasta e frammentata di quanto si creda. Decine di movimenti divisi per ideologia, organizzazione e finalità che sembrano tuttavia aver trovato una nuova leadership proprio nell’ISIS, che ha soppiantato Al-Qaeda nel ruolo di guida e avanguardia del terrorismo islamista internazionale. Anche Boko Haram, la sanguinaria organizzazione attiva in Nigeria, ha giurato fedeltà all’ISIS.

Se aumenta il consenso all’interno del mondo terrorista, aumenta ancora lo sdegno internazionale verso il Califfato. La distruzione del patrimonio archeologico di Mosul e Nimrud ha portato la stessa UNESCO a invocare una riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per agire a difesa delle tradizioni culturali dell’Iraq, un patrimonio culturale che appartiene al mondo intero.

Lotta alla povertà e crescita negli Stati orientali

La Commissione Europea ha approvato l’ultimo programma operativo nazionale del Fondo UE per gli aiuti agli indigenti. Bruxelles destinerà così circa 3,8 miliardi di euro ai 4 milioni di europei che vivono ancora in condizioni di povertà. Si tratta comunque di misure di supporto rispetto all’azione diretta e primaria dei governi nazionali, responsabili in prima persona dell’avvio di programmi di contrasto all’indigenza.

Le istituzioni economiche europee e internazionali hanno indicato il 2015 come l’anno della svolta per l’economia europea. L’Est Europa, in particolare, promette di crescere quest’anno con medie invidiabili: la Polonia dovrebbe crescere del 3,3%, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria e Romania del 2,5%. La stessa Ungheria di Orban avrebbe un incremento del PIL pari al 2,3% nel 2015. Le ragioni di questo boom economico sono legate alla storia recente di questi Paesi e al loro processo di integrazione all’interno dell’UE.

I motori per la ripresa: investimenti e liberalizzazioni

Gli investimenti strategici e infrastrutturali sono uno dei fattori fondamentali per garantire livelli di crescita adeguati a riassorbire la disoccupazione. Ne è convinta l’Europa e sempre più l’Italia, che ha deciso di investire nella banda larga per sanare l’imbarazzante dato che la relega in fondo alle classifiche di digitalizzazione e diffusione della banda ultralarga. Il piano proposto dal Governo Renzi lo scorso 3 marzo è però relativamente moderato e ha abbandonato l’idea di imporre una data per il definitivo spegnimento della rete in rame, che avrebbe costretto aziende come Telecom a passare obbligatoriamente alla fibra ottica.

Le liberalizzazioni giocano a loro volta un ruolo importante per favorire la ripresa economica. Tra incertezze governative, lacune legislative e resistenze corporative, emerge il caso di Uber, che recentemente è tornata ad appellarsi alla Commissione Europea contro la legge francese Thévenoud, che vieta alcuni nuovi servizi offerti dalla compagnia. Il punto essenziale della questione, spiegano a Bruxelles, riguarda però la definizione dei servizi offerti da Uber. Se rientrano nella categoria del servizio taxi, la regolazione è nelle mani degli Stati membri. Se invece saranno classificati come normali forniture di servizi, Uber potrà agire liberamente nel mercato unico europeo, senza limitazione nazionale che tenga.

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L' Autore - Davide D'Urso

Caporedattore, Presidente del Consiglio di Redazione e Vice Presidente dell'Associazione OSARE Europa - Laureato in Scienze Internazionali e Studi Europei presso l'Università di Torino e la Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi, ho avuto esperienze professionali a Torino e Novara nei settori della comunicazione e dell'internazionalizzazione d'impresa. Nel 2014 ho lavorato a Bruxelles come addetto stampa per la Presidenza italiana del Consiglio UE. Vivo e lavoro a Torino. Scrivo di politica e istituzioni UE, Mediterraneo e politica di vicinato.

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