lunedì , 17 dicembre 2018
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© Sebastian Derungs - World Economic Forum 2011

Merkel, oltre il diktat c’è di più

Dice Galli Della Loggia, in un editoriale sul Corriere della Sera, che nessun padre fondatore dell’Europa unita avrebbe mai immaginato il realizzarsi di un’egemonia di fatto della Germania sul resto del Continente. Un assunto che pare rafforzarsi se si guarda alla storia più recente di un Paese che, in poco meno di trent’anni, ha saputo metabolizzare l’unificazione nazionale e gli esorbitanti costi economici per poi traslare il Modell Deutschland alla testa dell’integrazione europea. Della repentina mutazione da “malato” a “locomotiva” d’Europa, delle riforme di Schroeder per la competitività la pubblicistica ha fatto ampia indigestione, mettendo in ombra vuoti normativi e amnesie temporanee nel Patto di Stabilità che resero possibile il miracolo tedesco.

Allora, l’allentamento dei vincoli di bilancio che oggi tanto premono a Berlino fu una precondizione cruciale nel favorire la ripresa della competitività del Paese. Dal deflagrare della crisi in Grecia, la Germania non ha tuttavia ripagato il resto d’Europa del largo credito di cui beneficiò nei primi anni Duemila, proponendo – per taluni, imponendo – un modello economico dall’indubbia virtuosità per il tramite di un’intransigente enfasi sulla disciplina fiscale. E’ così, con trattative condotte con una personalissima concezione di bastone e carota, che la Germania merkeliana ha saputo introdurre nell’Unione Europea i germi dell’austerità di bilancio, finendo tuttavia per isolare il suo stesso modello produttivo, vuoi per effettiva superiorità in termini di capacità competitiva, vuoi per la scarsissima predisposizione a generare negli altri Stati europei incentivi alla riforma diversi dalla minaccia di una procedura d’infrazione.

Il -0.2% del PIL tedesco e il -4% della produzione industriale registrati in agosto sono i figli naturali di questo isolamento e del peccato originale nel considerare l’applicazione (doverosa) di più stretti vincoli di bilancio e l’appello alle riforme strutturali come condizioni sufficienti a far germogliare nel Continente una solida crescita economica. Errore piuttosto banale il considerare di per sé universamente applicabile, se non come modello cui tendere, il paniere tedesco di riforme strutturali pro-competitività (deflazione dei salari, cogestione, struttura del credito a livello locale) in un contesto, l’eurozona, notoriamente lontano dall’essere area valutaria ottimale.

La compressione della domanda interna europea, che ha finito per frenare anche l’economia più in salute, sorge dunque dall’incapacità di trasmettere dalla posizione di leadership europea una serie di incentivi politici ed economici che rendessero più facile alle classi politiche nazionali – comunque deboli e colpevolmente timide nell’inseguire le decisioni di Berlino o della BCE – impostare e giustificare all’elettorato un percorso di riforma dai costi politicamente altissimi (vedasi la caduta di Schroeder, dopo aver consegnato ad Angela Merkel una Paese in via di guarigione). Da leader e locomotiva d’Europa, la Germania ha finito così per immedesimarsi nel padrone cattivo e restìo al cambiamento, in economia come in politica estera, finendo per incarnare uno status quo pericolosamente lontano dalla dinamicità che servirebbe all’Europa per trarsi fuori dal ristagno sociale e produttivo.

Leggi l’editoriale all’interno del nuovo numero di Europae

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L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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