mercoledì , 19 dicembre 2018
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Semestre UE, da Renzi pochi fatti e un piccolo cambio di direzione

Un tratto di continuità lega il Semestre di Presidenza italiana del Consiglio UE con il discorso di chiusura che Matteo Renzi ha pronunciato di fronte alla plenaria del Parlamento Europeo a Strasburgo: l’essere anticipato e sormontato dagli eventi. Nel clima di composto e orgoglioso cordoglio che la Francia e l’Europa vivono dopo l’attentato a Parigi, era inevitabile che il premier italiano si rifacesse all’anima comune europea, all’Europa come superpotenza della libertà contro ideologia e fanatismo e al peso specifico della parola “Unione” che simboleggia le istituzioni a dodici stelle, ridimensionando il consueto bilancio consuntivo dei sei mesi in cui l’Italia ha guidato i lavori della camera alta dell’UE.

Un bilancio che, se confutato con le previsioni gonfiate dalle aspettative di stampa e politica, è chiaramente in passivo e che lo stesso Renzi ha definito più positivo nelle direzioni imposte all’Europa più che nei risultati ottenuti, elencati in pochi secondi dei 25 minuti di discorso. La revisione dell’operato dell’Italia dovrebbe però leggersi molto più che fra le righe. Come ricordato su queste pagine, il Semestre cadeva in piena transizione istituzionale, con la nuova Commissione attiva solo dal 1 novembre, e con il ruolo della Presidenza di turno ridimensionato dai Trattati, al punto che oggi si occupa quasi solo dell’impostazione dell’agenda di lavoro del Consiglio. 

Proprio su questo aspetto gli eventi hanno anticipato l’Italia. In politica estera, ad esempio, la crisi in Ucraina e il braccio di ferro con la Russia putiniana hanno dominato gran parte dei Consigli Affari Esteri (per altro non presieduto dall’Italia, ma dall’Alto Rappresentante) e solo una recrudescenza del dramma immigrazione ha reso nuovamente il Mediterraneo un’area d’interesse europeo. Il varo dell’operazione europea Triton non sembra garantire la stessa tutela umanitaria di Mare Nostrum, pur avendo reso partecipi gli altri Paesi UE degli sforzi economici italiani. Nessun cambio di passo, ad esempio, per la stabilizzazione in Libia, area di immutato interesse strategico nazionale ed europeo, di fronte alla più veemente ascesa alle cronache dello Stato Islamico e, prima, del conflitto israelo-palestinese. Nota positiva in questo settore il buon debutto di Federica Mogherini come Alto Rappresentante, successo personale per lo stesso Renzi, che in pochi mesi l’ha portata dalla segreteria di partito allo scranno più alto della politica estera europea.

Il premier ha poi rivendicato il giusto riconoscimento per il cambiamento di tono nel dibattito sulla politica economica, in cui, dopo il vertice di Ypres, crescita flessibilità hanno scalzato rigore e consolidamento fiscale. Un risultato favorito anche dalla nomina di Juncker a Presidente della Commissione e dal rilancio degli investimenti in ossequio al compromesso tra popolari e socialisti, che lo stesso Renzi auspica diventi consuetudine politica. In uno scambio di cortesie, lo stesso Juncker ha seguito Renzi definendo “di successo” la presidenza italiana sul piano economico, ma l’allentamento sul patto di stabilità si è reso un passaggio pressoché obbligato per la brusca frenata della crescita nell’UE ed il precipitare nella deflazione.

Alcuni, infine, avranno confuso le responsabilità dell’Italia in quanto Paese incaricato della Presidenza con le presunte proprietà taumaturgiche di Matteo Renzi, inteso come leader del partito più votato alle elezioni europee. Strappata con merito un’intesa sul margine di manovra all’interno del 3% del deficit per varare una finanziaria anti-ciclica, il Presidente del Consiglio ha tuttavia dipinto l’operato italiano come una crociata contro l’austerità europea, scivolando senza apparente motivo sul terreno già ampiamente battuto dell’euroscetticismo di convenienza. Sarà bastato per cambiare direzione (verso) all’Europa ?

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L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

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One comment

  1. Il bilancio dovrebbe essere fatto fra le cose annunciate che il neo presidente in carica prometteva di fare e il consuntivo delle cose fatte. Non in astratta.
    Ora in tutta onestà si può dire che il bilancio è stato positivo? NAturalmente nessuno lo può dire, a meno di non fare propaganda e vendere chiacchiere e spot pubbicitari.
    E a nulla vale la scusante del non è stato possibile. Se non si era sicuri non si doveva promettere di fare. Questo dovrebbe essere un imperativo categorico peri nuovi politici, MA Renzi si è dimostrato di essere ilpiu vecchio dei vecchi ed utilizzare tutti i vecchi arnesi della politica. Altre che rottamazione!

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