domenica , 23 settembre 2018
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Photo © ogannes, 2013, www.flickr.com

Nagorno Karabakh: sull’orlo del baratro

Sale la tensione in Nagorno Karabakh. Due settimane fa si sono verificati violenti scontri tra l’esercito azero e le forze armate dell’autoproclamata Repubblica del Nagorno Karabakh. Come in tutti gli scontri analoghi è impossibile risalire alla dinamica precisa e al numero esatto di vittime, in quanto si tratta di un conflitto pressoché autoregolato: su una linea di contatto lunga 160 chilometri sono dispiegati solo sei osservatori OSCE. Quello che sembra essere certo è che si tratti degli scontri più violenti da quando l’Accordo di Bishkek congelò la guerra senza trovare una soluzione politica, quasi 22 anni fa.

Il ruolo della Russia

L’episodio purtroppo non è isolato, ma si inserisce in un preoccupante vortice di violenza che dura da circa due anni. Per capirne la causa bisogna guardare alle evoluzioni della politica internazionale nella misura in cui influenzano la dimensione locale del conflitto. La svolta aggressiva della Russia, con il terzo mandato di Putin, l’intervento in Ucraina e il deterioramento dei rapporti con l’Occidente, ha avuto ripercussioni negative anche sul Caucaso. La cooperazione nel Gruppo di Minsk è diventata più difficile e il processo di pace è entrato in una fase di stallo.

La Russia ha adottato la politica del divide et impera per rafforzare la propria influenza su tutta la regione. Mosca è infatti al tempo stesso garante della sicurezza armena e principale fornitore d’armi dell’Azerbaijan. Proprio in seguito alla firma tra Russia e Azerbaijan di un cospicuo contratto per la fornitura di armi, il presidente armeno Sargsyan, temendo un re-orientamento delle preferenze russe nella regione, annunciò durante una visita a Mosca la rinuncia all’Accordo di Associazione con l’UE e l’intenzione di aderire all’Unione Economica Eurasiatica.

Effetti della crisi ucraina

Anche gli eventi ucraini del 2014 hanno avuto forti ripercussioni sulla regione. L’Armenia ha visto un importante precedente storico di cambiamento di confine senza negoziati in favore dell’autodeterminazione e ha votato contro la risoluzione ONU sull’integrità territoriale dell’Ucraina. In Azerbaijan, invece, aldilà delle dichiarazioni a favore dell’integrità territoriale ucraina e azera, ciò che davvero preoccupa il regime di Aliyev è un possibile effetto domino della rivoluzione.

Subito dopo l’Euromajdan infatti, è iniziata la più dura ondata di repressioni nella storia dell’Azerbaijan. A farne le spese sono stati anche importanti attivisti impegnati nel processo di pace. L’avvicinamento dell’Azerbaijan alla Russia fu inizialmente favorito dai buoni rapporti tra Erdogan e Putin. La recente crisi diplomatica scatenatasi tra le due potenze ha messo il governo di Baku in una posizione molto difficile e a nulla sono serviti i tentativi di mediazione di Aliyev.

L’Europa tace

Il crollo dei prezzi del petrolio e la crisi economica russa hanno avuto conseguenze anche sull’altro versante del Caucaso e rischiano di erodere i consensi di entrambi i governi, che hanno dovuto fare i conti con forti ondate di proteste negli ultimi mesi. Questo rende irresistibile la tentazione di giocare la carta del Karabakh per aumentare i propri consensi fomentando il nazionalismo. È possibile che sia stata questa la miccia che ha innescato gli scontri di due settimane fa.

Neanche questa situazione caotica è finora servita a svegliare l’Unione Europea dal torpore. Bruxelles non svolge alcun ruolo nella risoluzione del conflitto. Nei trattati e nelle dichiarazioni bilaterali viene alternamente ribadito in maniera poco coerente il sostegno al principio di autodeterminazione o a quello di integrità territoriale a seconda del Paese col quale si ha a che fare. In realtà l’UE potrebbe fare molto di più. Il proprio soft power è forte anche in tempi di crisi e lo si potrebbe usare in maniera più costruttiva.

In particolare, è evidente che per attuare i Principi di Madrid sarà necessaria una missione di monitoraggio o di peacekeepingUna missione del quadro della Politica Comune di Sicurezza e Difesa avrebbe meno difficoltà ad ottenere il consenso di entrambe le parti rispetto a una missione a guida russa o NATO. Con un’America sempre più isolazionista e con Mosca e Ankara più interessate a fomentare conflitti che a risolverli, è essenziale una politica attiva e responsabile dell’Unione Europea nel Caucaso Meridionale. Il Nagorno Karabakh non è una questione minore e, come si sta vedendo in questi mesi, le crisi nel vicinato fanno sentire i propri effetti in tutta Europa. Bruxelles non può più permettersi di sottovalutarle.

L' Autore - Giuseppe F. Passanante

Ho studiato lingue alla Ca' Foscari (triennale) e relazioni internazionali a Torino (magistrale), per poi ottenere un master alla sede di Varsavia del Collège d'Europe dove ho approfondito temi come la Politica Europea di Vicinato, le relazioni UE-Russia e le politiche di allargamento. Attualmente vivo in Polonia, a Breslavia, e lavoro in una multinazionale. Le aree geografiche di mio interesse sono l'Europa Centrale, i Balcani, la Turchia e lo spazio post-sovietico.

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