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Brasile: l’economia rallenta, gli accordi pure

di Flavio Masnati

Segnali di tempesta si addensano all’orizzonte. Il possibile rallentamento economico della prima economia sudamericana è una delle maggiori sfide per il governo di Dilma Rousseff e influenza potenzialmente la sua credibilità interna e anche estera. Si fa più difficile per il Brasile la possibilità di porsi come interlocutore affidabile nelle negoziazioni per una partnership fra Unione Europea e il Mercosur. Viene messa in discussione, se non altro, l’offerta di un partner commerciale che offra prospettive di crescita economica e di ritorni sugli investimenti ad una UE che, fragile, fatica ad uscire dalla recessione.

L’economia brasiliana

Stando al report 2014 del FMI, Il Brasile è frenato dalla scarsa confidenza del consumatore e da un calo negli investimenti, la cui crescita nel 2014 ha raggiunto un picco negativo del -8,4%, a fronte di un aumento dello stock di debito, sia quello delle famiglie che quello governativo (entrambi comunque inferiori a quello di molti Paesi dell’OCSE). ll calo delle entrate fiscali rende più difficile per lo Stato assicurare la fornitura delle risorse primarie, a partire dall’acqua, la gestione efficiente delle risorse energetiche, visti i problemi di corruzione della compagnia Petrobras, e la prosecuzione dei programmi di assistenza (Bolsa Familia) a favore delle popolazioni più povere.

Dal 2011 la crescita annuale è scesa sotto il 3%, fino a raggiungere il tasso dello 0.32% nel 2014. Le previsioni del Fondo non sono più ottimistiche, prospettando un tasso negativo per il 2015, seguito da una ripresa nel 2016 che permetterebbe di assestare il tasso al 1.5%, secondo il comitato di 100 economisti riunito dalla Banca Centrale del Brasile. Tale dato però sarebbe condizionato, secondo il Fondo, dal raggiungimento di numerosi interventi di tipo strutturale, miglioramento dei conti pubblici, rilancio dell’offerta aggregata e, soprattutto, degli investimenti.

A livello nominale vanno aggiunti, infine, un crescente gap fra la crescita salariale e quella del GDP e una pressione inflazionistica rimasta alta, nonostante il recente apprezzamento del tasso di cambio che, per ora, non bilancia la precedente svalutazione del Real degli ultimi anni (di quasi il 90%) con conseguente apprezzamento delle importazioni.

Il contest internazionale

Ad una esigenza di rilanciare il contesto interno si affianca quella di stabilizzare il contesto internazionale e utilizzare l’azione governativa nel cercare partner esteri affidabili. Una corretta diversificazione dei propri partner commerciali conferirebbe al Brasile maggiore autonomia economica e politica dalla Cina, che detiene il 17% e il 15% rispettivamente delle esportazioni e delle importazioni, e dagli Stati Uniti, che detengono l’11% e il 14%. Ciò anche nell’ottica di favorire un maggiore afflusso di investimenti, soprattutto diretti, esteri.

In tal senso sarebbe auspicabile una ripresa degli accordi fra Mercosur e Unione Europea, le cui negoziazioni sono state rilanciate nel 2010 dopo l’EU-LAC summit di Madrid. Tale ripresa sarebbe senza dubbio favorita dall’esigenza della stessa Unione di stringere accordi transatlantici, dettata da ragioni economiche, incentivare il commercio internazionale come driver di crescita, e da esigenze politiche, come la volontà di riavvicinare la zona atlantico-europea a un continente americano dallo sguardo rivolto, nell’ultimo decennio, sempre di più verso l’area del Pacifico.

L’Europa e il Brasile

Numerosi, inoltre, sono i Paesi UE che negli ultimi anni hanno investito in Brasile, anche sull’onda degli appuntamenti sportivi di portata mondiale in programma (Mondiali 2014 e Olimpiadi 2016). Un ruolo attivo è giocato non solo dai principali partner commerciali europei, primi fra tutti Germania e Olanda, ma anche da Paesi come Italia, Spagna e Portogallo che, data la crisi, hanno delocalizzato parte delle attività produttive, vista anche l’affinità culturale e storica.

Il problema della credilità e dell’affidabilità dell’economia brasiliana rende tuttavia più difficile il negoziato e più incerti i benefici di un accordo. Si rende dunque necessario che il governo fornisca prima di tutto garanzie su come intenda gestire il complesso sistema di barriere, tariffarie e non, con i propri partner del Mercosur e i Paesi UE. Sul versante finanziario, inoltre, deve garantire un ritorno sugli investimenti adeguato al “rischio Paese”.

Tale esigenza è dettata anche dalla fragilità economica dei nuovi investitori, penisola iberica e Italia. I primi che avrebbero incentivo ad aumentare il flusso commerciale e gli investimenti, i primi che subirebbero un impatto negativo dal rallentamento prolungato della locomotiva brasiliana.

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