martedì , 20 novembre 2018
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CETA
La cerimonia della firma fra UE e Canda © European External Action Service - www.flickr.com, 2016

CETA: una tragicommedia tutta europea

“Sembra ovvio che l’Europa non sia pronta ad un accordo internazionale, pur con un Paese che condivide gli stessi valori europei, come il Canada, con un Paese così gentile e paziente”. Sono queste le parole, lapidarie, piene di rammarico e frustrazione, del Ministro al Commercio canadese, Chrystia Freeland, all’uscita dell’Élysette, sede del governo Vallone. Cominciava così, venerdì 21 ottobre, la resistenza, durata sei giorni, della maggioranza socialista del parlamento della Vallonia. Regione di 3,5 milioni di abitanti (meno dello 0,5% della popolazione europea), la Vallonia si è opposta al trattato di libero commercio fra Europa e Canada, la cui approvazione è demandata al consenso dei 38 parlamenti europei, nazionali e regionali.

Ancor più paradossale è che il negoziato, durato sette anni, si sarebbe arenato per l’eliminazione delle quote di importazione di carne di manzo e di maiale e per l’istituzione di una corte internazionale per le dispute sugli investimenti.Quest’ultima previsione infatti era stata più volte modificata proprio per aumentare l’indipendenza e per meglio bilanciare l’interesse delle multinazionali e la pubblica salvaguardia di salute e ambiente.

Il commercio bilaterale fra UE e Canada

Il trattato sembrerebbe conveniente. Oltre all’eliminazione del 98% dei dazi fra i due Paesi, spiccano il riconoscimento della denominazione d’origine, la liberalizzazione del mercato dei servizi e la partecipazione di aziende europee agli appalti pubblici, nazionali, ma soprattutto comunali, stimati in circa 82 miliardi di euro, quasi il 7% del PIL canadese.

Secondo le stime, il CETA  dovrebbe portare a un guadagno annuo di 5,8 miliardi di euro, quasi mezzo punto di crescita percentuale, un aumento significativo per gli equilibri europei, se si considera l’asimmetria nella distribuzione dei benefici. Per un valore  di 63 miliardi nel 2015, il commercio fra i due blocchi si distribuisce, infatti, principalmente fra Gran Bretagna, Germania, Olanda, Francia e Italia. Fra questi, la Gran Bretagna ha un deficit nei confronti del Canada di 6,7 milioni di dollari, mentre la Germania mantiene un surplus pari a 6,8 milioni. Al commercio di commodities, macchinari e prodotti chimici, principali beni scambiati, si aggiungono poi i servizi per un valore di 27,2 miliardi di dollari e gli investimenti diretti esteri, 274 miliardi del Canada contro i 166,9 dell’Europa.

L’approvazione del CETA

Nei giorni successivi alla mancata approvazione del CETA, il Presidente della Vallonia, Paul Magnette, ha riconosciuto l’importanza e la convenienza di tale trattato, che dunque è stato poi firmato tre giorni dopo. Tanta la soddisfazione generale, se non fosse per la mancata comprensione riguardo l’utilità di questa operetta, se non nel disordinato e un po’ ipocrita tentativo di compiacere, a posteriori, quel confuso ribollire di umori che ricadono sotto la categoria di interesse nazionale-locale.

D’altra parte la procedura di approvazione del trattato da parte di tutti i parlamenti europei non era assolutamente scontata. Al contrario, fino a giugno 2016 si parlava di approvazione da parte delle sole istituzioni europee (ex art 207 e 208 del TFUE), in virtù della competenza esclusiva comunitaria in materia di commercio internazionale. Il peso di Francia e Germania, in vista delle elezioni nazionali, sembrerebbe essere stato determinante nella scelta verso la procedura cosiddetta mista, scelta poco lungimirante e potenzialmente capace di inficiare un’agenda comunitaria già strangolata tra Brexit e politica estera nel Mediterraneo e in Est Europa.

Il valore dell’Europa

Rimane un po’ di amaro in bocca. Soprattutto se si considera che l’Europa non sarebbe solo un’area di libero mercato, pur con 500 milioni di consumatori, ma anche un partner attivo nel garantire gli accordi commerciali stipulati con maggiore efficacia ed efficienza rispetto ad ogni singolo Stato. Ma questo non si verifica quando, nell’arena internazionale, la fisiologica ricomposizione in una posizione organica della moltitudine degli interessi nel sistema multilivello europeo degenera in un’impasse deleteria per l’Europa in quanto soggetto internazionale. Se tale trattato dopo sette anni di contrattazione, risorse, impegno e sforzi spesi nella sua elaborazione sfocia in questa ridicola pantomima, quale significato e quale valore può avere questa politica comunitaria comune?

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L' Autore - Flavio Malnati

Laureato Magistrale in Economia e Public Management presso l’Università Bocconi. Ho appena concluso il Master in Diplomacy presso l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale(ISPI) a Milano. Appassionato di Politica Estera, Politica Economica, Politiche Culturali e Integrazione Europea. Amo viaggiare, ho fatto due scambi universitari, uno in Giappone e uno in Egitto, interrottosi per la Primavera Araba. Entrambi fondamentali per la mia formazione. Informarsi e saper informare correttamente sono elementi imprescindibili per partecipare alle sfide di un contesto globale. Ecco perché se scrivere è importante, scrivere dell’Europa e per un’Europa più consapevole è per me una sfida e un motivo di orgoglio. Ecco perché sono felice di scrivere per Rivista Europae.

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2 comments

  1. Buongiorno Malnati, mi è parso un taglio eccessivamente tranchant. Le pare che il Ceta sia un trattato che risponde in modo così chiaro all’interesse europeo? È possibile uscire dalla logica megadeals vs autarchia e pensare che l’agenda commerciale dovrebbe e potrebbe essere costruita diversamente? Ci sono molti punti su cui si potrebbe approfondire, se ha tempo e voglia

    • Domanda(e) interessanti. Il taglio tranchant era più dovuto a come è stato gestito l’iter di approvazione del trattato con questa pantomima fra Vallonia e istituzioni europee che, personalmente, ho trovato ridicola. Detto ciò, andando oltre il particolare evento, condivido in parte le sue perplessità riguardo alla polarizzazione fra megadeals e autarchia. Purtroppo per superare tale dilemma si deve far fronte a un problema fondamentale: la complessità di tali accordi. Questi trattati sono onnicomprensivi per rispondere sia ad una esigenza operativa e negoziale, permettere che si possa contrattare su una molteplicità di fronti diversi, sia teorica. Dato ormai che le barriere doganali per i beni son ormai molto basse(merito dal Wto) non si discute solo di commercio di prodotti, ma anche di servizi e quest’ultimi richiedono una impalcatura regolative molto più complessa(si pensi solo alla protezione della proprietà intellettuale). D’altra parte porto tale complessità si rivela essere il punto debole dei mega trattati: servono anni per progettarli e mal si adattano ai cambiamenti repentini della politica internazionale contemporanea. Il rischio è che si venga a creare un’impalcatura troppo rigida per resistere ai sommovimenti internazionali, ma anche troppo rigida per essere smantellata o modificata. Inoltre la durata delle contrattazioni e la complessità dei trattati rende necessaria una contrattazione fatta di esperti(diplomatici, legali ed economisti) che mal si adatta con l’esigenza sempre più stringente di trasparenza. Per quanto riguarda la convenienza del trattato, sì credo sia conveniente, conveniente al netto di costi e benefici(di breve e lungo periodo), come ogni trattato internazionale.

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