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Turchia
Federica Mogherini visita il Presidente Erdogan © European Commission, 2016

Accordo UE-Turchia, una vera soluzione?

di Alessio Mirra

L’immagine dei primi migranti rinviati in Turchia a seguito del controverso accordo per la gestione congiunta del confine orientale sta probabilmente troppo tardi scuotendo l’opinione pubblica europea. Sollevando più di qualche perplessità sul fatto che, apparentemente, l’accordo abbia come unica conseguenza l’ingresso effettivo dello Stato anatolico all’interno del Sistema Dublino, molteplici sono state le critiche, soprattutto considerando i respingimenti previsti sulla base del recente accordo di riammissione tra Grecia e Turchia: una formula che prevede uno “scambio 1-a-1”, tale che per ogni cittadino siriano rinviato dalle isole greche alla Turchia, un altro è previsto essere ricollocato dalla Turchia al territorio dell’Unione.

L’Unione si è impegnata a velocizzare sia il processo di liberalizzazione dei visti dalla Turchia, che lo stanziamento di 3 miliardi di euro allocati a vari progetti nella penisola anatolica per la protezione dei rifugiati. In cambio, l’unico evidente impegno da parte delle autorità turche riguarderebbe l’adozione di “misure necessarie al fine di prevenire la creazione di nuove rotte navali o terrestri di immigrazione clandestina dalla Turchia verso l’Europa”.

Tuttavia, si fa fatica a credere che la Turchia possa essere considerata uno “Stato terzo sicuro” e che sia possibile dunque considerare come legale ogni azione di rimpatrio di migranti, soprattutto vista la mancata ratifica del Protocollo del 1967 alla Convenzione Relativa allo Status dei Rifugiati (1951) e la reticenza nell’applicazione dei trattati ratificati in materia di diritti dell’uomo.

Le implicazioni dell’accordo con la Turchia

Più in generale, appare evidente come ancora una volta l’Unione, con la possibilità di agire in maniera concreta verso il superamento del Sistema Dublino, così da consentire un approccio realistico ed efficiente all’accoglienza dei migranti e dei richiedenti asilo, abbia invece preferito una soluzione “pilatesca”, basata sulla responsabilizzazione e il finanziamento di un Paese i cui standard di protezione dei diritti dell’uomo sono quantomeno discutibili, giustificando il finanziamento di 3 miliardi e il teorico supporto dell’UNHCR come base sufficiente per garantire adeguati standard per i rimpatriati.

I rischi rappresentati da questo genere di politiche sono prevedibili sia nel breve che nel lungo periodo, tra cui pare evidente come la chiusura di fatto della rotta anatolico-balcanica avrà molto probabilmente come unico reale risultato il nuovo inasprirsi di percorsi al momento sopiti (tra cui, Lampedusa).

Il fatto che si dimostri tanta miopia nell’identificare le chiare incongruenze che quest’accordo pone vis-à-vis il diritto internazionale e la protezione effettiva dei richiedenti asilo può solo dimostrare da un lato l’incapacità di sviluppare una struttura coerente con l’acquis comunitario; dall’altro, l’azione con dolo disposta a “sacrificare” lo sviluppo di un sistema che includa dei percorsi praticabili in ingresso, a favore di retoriche volte al compiacimento di una frangia politica populista sempre più pressante negli Stati membri, lasciando nelle mani di Erdogan la possibilità di dettare a suo piacimento condizioni e termini di negoziato che utilizzano i rifugiati come merci contrattuali.

La necessità di una nuova Unione Europea

L’Unione a questo punto, scossa dai recenti fatti di Bruxelles, ancora impegnata con la gestione della difficile situazione russo-ucraina e perplessa sulle modalità di azione in Libia e in Siria, è chiamata ad un’azione concreta e decisa non solo in vista dell’imminente referendum britannico, ma anche per definire finalmente il ruolo che, vista la posizione geografica e il peso specifico di alcuni dei propri Stati membri, è tenuta a giocare nel complesso scacchiere delle relazioni internazionali.

Tenendo a mente che la gestione delle frontiere esterne prevede un approccio condiviso e che gli Stati membri sono chiamati ad operare in maniera coerente con quelli che sono i principi fondamentali alla base del sistema comunitario, le parole di Faucher (“L’Europa è troppo grande per essere unita, ma troppo piccola per essere divisa”) rappresentino il reale dilemma oggi più che mai da risolvere. Un’entità sui generis non può più nascondersi dalla pressante necessità di un centro forte e coeso che sappia, ancora una volta, dire la propria in maniera decisa, che unisca realmente le necessità di un continente di nuovo al centro dello scenario mondiale.

L' Autore - Redazione Europae

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