mercoledì , 20 giugno 2018
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Etiopia
L'atleta etiope Feyisa Lilesa protesta alle Olimpiadi di Rio © Jeso Carneiro - www.flickr.com, 2016

Etiopia, le proteste degli Oromo scuotono il Paese

Da sempre definita il “ponte” tra l’Africa ed i Paesi del Mediterraneo, l’Etiopia occupa una posizione strategica nell’economia e nella politica della regione sub-sahariana. Essa ricopre una ruolo fondamentale nell’attività diplomatica del continente africano partecipando all’IGAD, l’Autorità intergovernativa per lo sviluppo dei Paesi del Corno d’Africa. Inoltre ad Addis Abeba ha sede l’Unione Africana, organizzazione internazionale che persegue gli obiettivi di promozione della pace, sicurezza e stabilità nel continente.

L’Etiopia e l’Europa

Questo ruolo ha permesso all’Etiopia di distinguersi positivamente nella gestione dei rapporti con i Paesi dell’UE: da ultimo, durante il vertice di Malta del 2015, l’Etiopia ha siglato un accordo con Bruxelles per la gestione dei flussi migratori qualificandosi come Paese chiave di origine, transito e destinazione di migranti irregolari ed è tra i 17 partner strategici individuati dallo EU Trust Fund sul cui territorio l’Unione intende investire in opere di grande impatto sociale, chiedendo in cambio il controllo dei confini.

Da sempre collegata all’Italia per le ben note ragioni storiche, il legame si è rafforzato a causa della crescita degli scambi commerciali: l’Italia, infatti, è il primo fornitore europeo dell’Etiopia di macchinari ed apparecchiature industriali e, allo stesso tempo, terzo cliente delle produzioni agricole, conciarie e tessili etiopi.

Le proteste contro il governo e il land grabbing

L’escalation economica e politica etiope rischia però di subire un brusco rallentamento a causa delle manifestazioni che stanno infuocando il suo territorio. L’evento scatenante risale a circa un anno fa, quando il gruppo etnico degli Oromo ha iniziato la sua protesta contro il Master Plan, un piano di sviluppo voluto dal governo, che avrebbe portato all’urbanizzazione della capitale attraverso l’espropriazione dei loro terreni agricoli.

Il condizionale è d’obbligo perché il governo ha deciso di ritirare la sua proposta, ma ciò non ha sedato le rivolte contro una pratica che è in uso ormai da un decennio in Etiopia, quella del land grabbing. Questa consiste nell’accaparramento su larga scala della terra da parte dello Stato o di aziende straniere, a prescindere dal consenso della comunità che la abita e la coltiva, privando le popolazioni locali anche del potere di controllo delle risorse naturali connesse al suolo. Gli Oromo hanno colto l’occasione per chiedere al governo maggiore rappresentatività politica, essendo il più numeroso tra i ben 80 gruppi etnici che abitano l’Etiopia, ma escluso dal potere da parte della minoranza tigrina.

Nuove violenze

L’apice della violenza è stato raggiunto agli inizi di ottobre nella città di Bishoftu, dove, durante una cerimonia religiosa, gli Oromo hanno simbolicamente incrociato le braccia sopra il capo, a formare una croce, fino a destare la reazione dell’esercito. Secondo le ricostruzioni, ancora non ufficiali, i mezzi di repressione sarebbero stati sproporzionati e avrebbero scatenato il panico provocando la morte di diverse centinaia di civili per asfissia.

Di certo non è la prima volta che le forze dell’ordine ricorrono ad un uso della forza eccessivo: tutto ciò è stato denunciato dalle organizzazioni per i diritti umani che hanno segnalato gli arresti dei giornalisti e dei membri dell’opposizione, le torture, l’uso delle armi contro manifestanti pacifici, l’uccisione infondata di cittadini perché accusati di appartenere al Fronte di liberazione oromo (Olf), ritenuta un’organizzazione terroristica.

A prima vista sembrerebbe una limitazione generalizzata della libertà di espressione, acuita dalla proclamazione dello stato di emergenza di sei mesi da parte del governo centrale che consente di detenere senza mandato d’arresto, di vietare l’utilizzo dei social media, la trasmissione dei canali televisivi che trasmettono dall’estero, l’organizzazione di manifestazioni nelle scuole e nelle università, il compimento di gesti politici.

Mentre gli Stati Uniti hanno bollato questa decisione come una “tattica autolesionista” basata sulla repressione del dissenso, l’UE non ha condannato formalmente l’uso della forza da parte dell’Etiopia, forse perché troppo allettata dai vantaggi economici derivanti dalla cooperazione con Addis Abeba. Perciò ha invitato ad un dialogo inclusivo, che possa “riportare la calma e garantire che l’Etiopia prosegua sulla strada della democrazia e dello sviluppo”. Per adesso, a monito per tutta la comunità internazionale, resta l’immagine dell’atleta etiope Feyisa Lilesa che, alle Olimpiadi di Rio, ha tagliato il traguardo incrociando le mani sulla testa disegnando una X.

L' Autore - Angelica Petronella

Pugliese di nascita, cittadina del mondo per vocazione. Laureata in Giurisprudenza e successivamente diplomata SSPL presso l'Università degli studi di Bari con due tesi di diritto internazionale. Ancora fiduciosa nella giustizia, coltivo il sogno di poter un giorno giudicare anziché difendere.

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One comment

  1. Articolo molto interessante è scritto in maniera chiara e senza fronzoli

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