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Il Presidente iraniano Rohani parla al World Economic Forum © World Economic Forum - www.flickr.com, 2014

Iran e Arabia Saudita: il grande gioco del petrolio

Domenica 17 aprile i membri dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) si sono ritrovati a Doha per mettere fine al crollo del prezzo internazionale del petrolio. Il vertice non ha però visto la partecipazione dell’Iran e si è quindi concluso con un fallimento.

Tuttavia, che il mondo dei produttori di petrolio sia attraversato da divisioni interne e difficoltà di coordinamento non è notizia recente. È ormai dal 2014 che il prezzo del greggio è cominciato a crollare, passando dagli oltre 100 dollari al barile di metà 2014 ai 50 dei primi mesi del 2015. Da quel momento in poi, la tendenza al ribasso è stata riconfermata per tutto il 2015, per arrivare infine ai 28 dollari al barile del gennaio 2016, prezzo più basso mai registrato sin dal 2003.

Le (molte) ragioni del crollo del prezzo del petrolio

Le dinamiche dietro ad una tale tendenza sono molteplici, complesse e in continua evoluzione: la bassa inflazione europea, il rallentamento (e il cambiamento) dell’economia cinese, la rivoluzione del gas di scisto americano, nonché le tensioni geopolitiche. Tuttavia, proprio queste ultime sembra stiano giocando un ruolo molto importante nell’influenzare l’andamento del prezzo del greggio, impedendo l’accordo tra i due big del gruppo OPEC, cioè Arabia Saudita e Iran, rendendo di conseguenza impensabili (o quasi) un accordo tra tutti gli altri Paesi.

Iran e Arabia Saudita

Innanzitutto la fine delle sanzioni sull’Iran e il riavvicinamento con gli Stati Uniti hanno dato slancio al Presidente Hassan Rouhani, che intende capitalizzare il buon andamento politico con una crescita economica guidata dall’esportazione del greggio. Non c’è quindi da stupirsi se l’Iran – quinto produttore di oro nero al mondo – non sia molto incline a limitare la propria produzione di petrolio,unico modo per bloccare ed eventualmente fare risalire il prezzo dell’oro nero.

Sul fronte siriano, sono note le posizioni opposte di Iran e Arabia Saudita. Il primo è alleato con il Presidente siriano Bashar Al-Assad, che sembra stia gradualmente consolidando i territori recuperati negli ultimi mesi a discapito dello Stato Islamico. L’Arabia Saudita, invece, fornisce supporto logistico e militare “all’opposizione siriana”, anche se non è chiarissimo quale dei molti gruppi di opposizione sia il prediletto della Dinastia Saud.

Più o meno stessa dinamica sul fronte yemenita, dove i ribelli Houthi (sciiti zaiditi) sembrano trovare appoggio nell’Iran, mentre il Governo di Abed Rabbo Mansour Hadi è sostenuto dai Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), tra cui l’Arabia Saudita.

Gli altri attori in gioco: Russia, Stati Uniti, Cina

Tuttavia, in un tale contesto, apparentemente guidato da scelte ideologiche, c’è sempre spazio per la “real-politik”. Per esempio, a metà febbraio 2016, Russia e Arabia Saudita sono riusciti a siglare un accordo preliminare bilaterale per il congelamento del prezzo del greggio ai livelli di gennaio 2016. I due Paesi sono rispettivamente primo e secondo nella classifica mondiali dei produttori di greggio e seppur posizionati ai due opposti dello scacchiere siriano, condividono la necessità di scongiurare una grave recessione economica, cosa che porterebbe conseguenze di ordine pubblico imprevedibili.

Infine, per completare il quadro, è necessario fare alcune considerazioni sulla coppia Stati Uniti -Cina. Il basso prezzo del greggio da un lato non può che favorire l’economia americana, la quale, seppur avviata all’autonomia energetica grazie al gas di scisto, ha ancora grossi legami economici con l’Arabia Saudita. È anche vero però, che una riduzione degli introiti derivanti dalla vendita del greggio potrebbe ulteriormente incrinare la stabilità politica della dinastia dei Saud, indebolendo uno degli storici alleati americani nella lotta al terrorismo internazionale.

D’altra parte, adottando una prospettiva da “grande gioco” e quindi di lungo termine, un Paese come la Cina – avido importatore di commodities – non può che godere del basso prezzo del greggio, che ne favorisce la penetrazione economica (e politica) nel continente africano. Gli Stati Unirti, quindi, dovranno scegliere tra favorire un’Africa sempre più cinese, privilegiare i tradizionali rapporti con i Sauditi oppure deviare definitivamente verso Teheran.

In conclusione, i Paesi OPEC sono di fronte ad un trade-off ad alto rischio: trovare un accordo sul prezzo del greggio mettendo da parte le tradizionali posizioni geopolitiche oppure continuare il braccio di ferro nel pantano siriano e yemenita, lasciando il prezzo dell’oro nero ai capricci del mercato delle commodities.

L' Autore - Gianluca

Appassionato di politica estera e diplomazia, felice di scrivere per questa bella rivista.

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