venerdì , 14 dicembre 2018
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Nell'immagine, un manifesto a Grozny, con Putin e Kadyrov (photo © Vladimir Varfolomeev, 2008, www.flickr.com)

Guerra all’ISIS: il tacito assenso di Putin

“Sono in migliaia a seguirmi. Tornerò, e porteremo la nostra guerra in Russia”. E’ il succo del messaggio di Omar al-Shishani, “Omar il Ceceno”, comandante delle forze dell’ISIS nel nord dell’Iraq, al Cremlino. Una minaccia unita all’annuncio di una taglia da 5 milioni di dollari sul capo di Vladimir Putin, di Ramzan Kadyrov (uomo forte ceceno sostenuto da Mosca) e di altre personalità russe o cecene.

Omar il Ceceno, nome di battaglia di Tarkhan Batirashvili, è un georgiano (di madre cecena) proveniente dalla gola del Pankisi, al confine proprio con la Cecenia. Ex combattente georgiano nella guerra contro la Russia del 2008, poi arrestato per possesso illegale di armi, Omar è riuscito a ritagliarsi un ruolo di spicco tra le fila dell’ISIS, di cui è diventato pianificatore della strategia militare e membro del Consiglio della Shura. Ascesa dovuta ai successi militari alla guida della Jaish al-Muhajireen wal-Ansar, l’unità di volontari con cui l’Emirato del Caucaso ha sostenuto la rivolta siriana contro Assad e che nel giugno 2014 Omar ha deciso di far confluire nell’ISIS. Decisione che gli è costata il sostegno di molti volontari, rimasti fedeli all’Emirato (più vicino ad al-Qaeda che all’ISIS), rimpiazzati però da altri in afflusso dal nord del Caucaso e da altre parti del mondo. Alle sue tattiche ed alla Muhajireen Brigade (“Brigata degli stranieri”) si devono gran parte delle conquiste dell’ISIS in territorio iracheno.

Omar al-Shishani, insieme ad altre figure, come quella di Murad Margoshvili “Islam al-Shishani” (che guida un’unità di ceceni nota come “Junud al-Sham”), costituisce una minaccia che il Cremlino e il governo ceceno di Kadyrov (attentato a Grozny nel giorno del compleanno di Putin) non possono sottovalutare. Anche perché i loro successi costituiscono un richiamo per chi al potere russo nel Caucaso non si è mai rassegnato, e per quella schiera di giovani che, vittima della disoccupazione e della depressione economica del nord Caucaso, si getta tra le braccia dell’estremismo religioso e di una causa rivoluzionaria. Un fenomeno non circoscritto alla sola Cecenia, ma esteso ad altre regioni del Caucaso russo, prime fra tutte il turbolento Dagestan e l’Inguscetia.

La risposta ad al-Shishani è arrivata per ora da parte di Kadyrov che, forte del sostegno di Putin, ha affermato: “non permetterò a nessuno, neanche ai fantasmi del fondamentalismo, di entrare in Cecenia ed in Russia”. Tace invece Mosca, così come sembra voler tacere in merito all’azione della coalizione anti-ISIS guidata dagli Stati Uniti. Un tacito assenso che, aldilà di tesi e complotti difficilmente dimostrabili – via libera russo all’azione anti-ISIS, necessaria ad Obama dopo le uccisioni dei giornalisti per uscire dall’immobilismo, in cambio del placet americano all’accordo di Minsk ed alla “soluzione russa” per l’Ucraina – sembra frutto di una posizione piuttosto chiara.

A Putin la coalizione anti-ISIS non dispiace, ma difficilmente si unirà ad essa. Il nodo della sua scelta è legato alla Siria e traspare sia dalle sue parole (pronunciate in un dialogo con Ban-ki Moon) che da quelle del Ministro degli Esteri Lavrov. La Russia condanna l’intervento della coalizione in Siria, in quanto non supportato né da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU né dall’assenso del legittimo governo locale (per la Russia ancora Assad). La richiesta agli Stati Uniti sarebbe quindi quella di negoziare gli interventi con Assad. Il timore dichiarato: quello che gli Stati Uniti approfittino del caos ISIS per tentare di rovesciare anche lo stesso Assad. Un’eventualità che ha spinto Lavrov a minacciare la fornitura di armi antiaeree alla Siria in caso il target dei raid della coalizione si sposti sulle forze governative siriane.

Da questa posizione Mosca non è intenzionata a muoversi. Da una parte le garantisce il “prestigio” di essere dalla parte del diritto internazionale (e in Ucraina?) e da contrappeso all’unilateralismo americano, dall’altra è coerente rispetto alla posizione di anni fa quando, allo scoppio della guerra in Siria e delle “primavere arabe”, la Russia premeva per armare Assad e Gheddafi, unica via per combattere il terrorismo islamico. Una posizione che, alla luce delle attuali situazioni in Libia e Siria, qualcuno tende a rivalutare.

Ed è una posizione che mette gli Stati Uniti di fronte ad una scelta difficile: accettare la proposta russa, riabilitando Assad, sconfessando anni di scelte e inimicandosi la Turchia (che per intervenire con truppe di terra chiede che l’obiettivo della coalizione includa il rovesciamento di Assad), oppure garantirsi l’intervento turco peggiorando ulteriormente i rapporti con Mosca? Nessuna delle due opzioni sembra praticabile. Il compromesso ricadrà nell’attuale ambiguità di un intervento parziale e difficilmente risolutivo (Kobane?). Con l’UE a seguire, disunita, a ruota. Con Mosca che tace ed acconsente. E con il contorno dell’ennesimo schiaffo al ruolo delle Nazioni Unite.

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L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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