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Kosovo, a Pristina è guerriglia urbana

Da giorni ormai per le vie di Pristina è scoppiata una protesta che molti giornali locali stanno già considerando la più violenta da quando il Kosovo ha dichiarato la propria indipendenza dalla Serbia, nel 2008. La manifestazione, inizialmente pacifica, si è poi trasformata in guerriglia urbana: da una parte la polizia in assetto antisommossa che respinge i dimostranti con gas lacrimogeni, spray al peperoncino e violenti getti d’acqua, dall’altra i dimostranti, una parte dei quali, pur di raggiungere il palazzo del governo, non ha esitato a lanciare pietre e bombe molotov. Negli scontri sono rimasti feriti circa 100 poliziotti e più di 60 dimostranti, mentre sono state ben 120 le persone arrestate, fra cui anche il sindaco di Pristina Shpend Ahmeti.

La manifestazione è stata organizzata dai partiti di opposizione, fra cui il Movimento per l’Auto-determinazione (Vetevendosje) e l’Alleanza per il Futuro del Kosovo (AAK), come reazione ad una dichiarazione del Ministro delle Comunità e dei Ritorni Aleksander Jablanovic. Questi è accusato di aver offeso i kosovari-albanesi, chiamando “selvaggi” un gruppo di questi che avevano bloccato un pellegrinaggio di alcuni kosovari-serbi per il Natale ortodosso. In Kosovo convivono due popolazioni: la maggioranza di origine albanese e una forte minoranza di origine serba, concentrata per lo più nei comuni confinanti con la Serbia. Fin dagli anni ’90 i rapporti sono stati tesi e violenti, peggiorando ulteriormente con l’indipendenza dalla Serbia del Paese. Le provocazioni di una popolazione contro l’altra sono all’ordine del giorno e, nonostante i tentativi di normalizzare la vita quotidiana anche attraverso il dialogo con la Serbia, la tensione non accenna a calare.

Da una parte i kosovari-serbi si sentono discriminati e minacciati e chiedono per questo assistenza e protezione dalla Serbia, dall’altra i kosovari-albanesi vedono nelle strutture parastatali kosovare-serbe una minaccia alla sovranità statale del Kosovo. Il cammino per l’integrazione e la convivenza pacifica è ancora molto lungo e i ricordi delle violenze precedenti l’indipendenza ancora troppo freschi. Sono pochi i kosovari di origine serba che partecipano alla vita politica del Paese e Jablanovic è uno di quelli che, alle elezioni di giugno 2014, è riuscito ad entrare in Parlamento. Per questo, se il Primo Ministro kosovaro Isa Mustafa accettasse le dimissioni del Ministro per le Comunità e i Ritorni, potrebbe andare incontro a dure critiche da parte della minoranza e della Serbia, complicando ulteriormente la situazione.

In una dichiarazione il Primo Ministro Mustafa ha invece accusato l’opposizione di strumentalizzare le proteste per prendere il potere con la forza o per costringere i parlamentari della Lista Serba a dimettersi: in tal caso, secondo le norme del Paese, i posti vacanti sarebbero occupati dalle “riserve”, ovvero proprio da candidati dell’opposizione. Nel frattempo, Jablanovic si è scusato con la popolazione affermando di essere stato frainteso dai media. Dichiarazione che come effetto ha tutt’altro che calmato i dimostranti. Albin Kurti e Ramush Haradinaj, due leader dell’opposizione, hanno dichiarato ieri che le proteste continueranno finché Jablanovic non si dimetterà e finché la miniera di Trepca non sarà sotto totale controllo kosovaro.

Eppure, tutto quello detto finora non è altro che la miccia, non la vera causa. Quello che davvero ha portato migliaia di persone a dimostrare per le vie di Pristina è la grave crisi economica, la disoccupazione alle stelle e la mancanza di un futuro per le nuove generazioni. Appena la settimana prima la Presidente del Paese, Atifete Jahjaga, in visita istituzionale a Roma, aveva affermato la necessità di sicurezza economica per i propri cittadini. Sarebbe, inoltre, necessaria una classe politica matura, capace di attuare le riforme necessarie invece di agire “di pancia” solo per conquistare nuovi voti. Senza considerare che le continue proteste potrebbero danneggiare seriamente il fragile dialogo fra Pristina e Belgrado, dialogo più che mai necessario per normalizzare i rapporti e chiudere finalmente con il passato per dedicarsi ai progetti futuri. Nel frattempo l’Unione Europea si dice “preoccupata per le violenze, simbolo di frustrazione”, sentimento che spinge molti ad emigrare o, nei peggiori dei casi, a diventare vittime di traffico di esseri umani.

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L' Autore - Sarah Camilla Rege

Responsabile Allargamento - Laureata in Relazioni Internazionali presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna. Da sempre affascinata dai Balcani, dopo un periodo di tirocinio con AIESEC a Novi Sad (Serbia) ho ultimato la tesi di laurea magistrale riguardante il mondo delle Organizzazioni Non Governative e la società civile in Serbia. Nel 2012 ho frequentato la summer school "Integrating Europe through Human Rights" presso la Higher School of Economics di Mosca.

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