mercoledì , 21 novembre 2018
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Erdogan
Una manifestazione pro-Erdogan dopo il tentato colpo di Stato © Alitalip Sever - www.flickr.com, 2016

La Turchia di Erdogan sempre più lontana dall’Europa

La mattina del 30 ottobre in Turchia non si è dormito un’ora in più grazie al ritorno all’ora solare. Le lancette degli orologi sono restate ferme, in seguito ad un decreto legge di inizio settembre che ha stabilito che il Paese non avrebbe più seguito il cambio orario europeo, allineandosi invece permanentemente sul +3 ore rispetto al Meridiano Greenwich, stesso fuso orario di Mosca e La Mecca. La decisione è stata giustificata per ragioni di risparmio energico: l’ora legale permette di “rimandare” il tramonto del sole, posticipando quindi l’accensione delle luci e limitando i consumi di elettricità.

Un segnale politico da Erdogan

Difficile però non cogliere in questa scelta un chiaro segno politico, la ricerca di quella indipendenza dalle decisioni europee sempre più veementemente sottolineata dal Presidente Erdoğan. Anche lo scorso anno il tempo in Turchia si era fermato per due settimane secondo la volontà del Presidente, rimandando il cambio dell’ora sino al cruciale voto di novembre, che ha riportato la maggioranza assoluta in Parlamento nelle mani dell’AKP.

La distanza dai tempi e dalle volontà europee è ora sottolineata di continuo nei discorsi presidenziali. In occasione del 93mo anniversario della fondazione della Repubblica, il 29 ottobre, Erdoğan ha arringato la folla che reclamava la reintroduzione della pena di morte, affermando che non conta quello che pensa l’Occidente, quanto piuttosto quanto la nazione reclama. E nel giorno in cui si ricordava quando “la nazione proclamò a tutto il mondo che non rinuncerà mai alla sua libertà e al suo futuro”, il Presidente ha promesso di approvare la reintroduzione della pena capitale se la legge dovesse passare in parlamento.

La stretta durante la festa della Repubblica

La festa della Repubblica è stata giornata di numerose altre sorprese, più o meno inattese. Nel giorno di vacanza nazionale, sono stati emanati due nuovi decreti relativi allo stato di emergenza dichiarato in seguito al tentativo di colpo di Stato dello scorso 15 luglio. E’ stata resa pubblica un’ulteriore lista con 10.131 nomi di nuovi licenziamenti. Accademici, insegnanti, medici, che da questo momento non troveranno più lavoro nel loro Paese. Contemporaneamente è stata annunciata la chiusura di 15 media curdi (11 giornali, 2 agenzie di notizie e 3 riviste). Gli sgomberi delle sedi sono iniziati sin dalla prima mattina di domenica 30 ottobre, con decine di poliziotti in tenuta antisommossa che hanno perquisito e posto sotto sequestro le dormienti sedi incriminate.

Il Parlamento Europeo aveva approvato proprio il 25 ottobre scorso una risoluzione richiamante il governo turco a limitare lo scopo delle misure di emergenza, in modo che non possano più essere usate per limitare la libertà di espressione e di informazione. La risoluzione sottolinea quanto una stampa libera e pluralistica sia una componente essenziale di qualunque democrazia e che la libertà dei mezzi di informazione sia centrale al funzionamento di una società democratica e aperta. Sembra purtroppo che, nonostante il Parlamento Europeo sia “seriamente preoccupato” dagli avvenimenti in Turchia, questo non stia producendo quella pressione necessaria, anche all’interno dell’UE stessa, per arrestare un processo apertamente antidemocratico.

Un altro cambiamento inserito nei decreti del 29 ottobre riguarda le università, più precisamente la nomina dei rettori, che dipenderà ora direttamente dal Presidente. L’autocensura è ormai all’ordine del giorno anche per i docenti che non sono mai stati apertamente critici nei confronti del governo, ma neppure dichiarati sostenitori. Nelle aule universitarie i professori cominciano a temere i propri alunni, devono calibrare esternazioni e posizioni, e anche chi non ha associato il proprio nome a nessuna petizione si trova a temere per il proprio futuro lavorativo.

Una surreale normalità

Misure sempre più lontane dai principi democratici continuano ad avvenire sotto gli occhi di tutti, in un’atmosfera di surreale normalità. Chi infatti non è stato personalmente toccato dalle misure dello stato di emergenza continua a vivere nell’impressione di una quotidianità dove non c’è più spazio per dissenso o protesta. L’idea stessa di poter opporre la propria volontà o il proprio pensiero a quanto sta accadendo è stata lentamente soffocata in un continuo e meticoloso processo di repressione statale.

Ci si chiede quando e se si arriverà ad un punto limite, e se mai l’Unione Europea sarà capace di premettere la difesa dei propri valori rispetto ai propri interessi contingenti (e elettorali), esprimendo qualcosa in più che “seria preoccupazione”.

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L' Autore - Francesca Capoluongo

Curiosa del mondo e dei suoi abitanti, dedico il mio tempo a comprenderne dinamiche ed emozioni. Amo conoscere lingue straniere, il teatro e camminare. Dopo una doppia laurea italo-tedesca, il Master in European and International Studies dell’Università di Trento mi ha portata a studiare in Turchia, paese a cui sono dedicate le mie attuali attenzioni di ricerca.

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