lunedì , 24 settembre 2018
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Photo © Bohan Shen - www.flickr.com, 2008

L’Europa è divisa anche sulla memoria

Le controverse celebrazioni del Den’ Pobedy (Giorno della Vittoria) che si sono tenute il 9 maggio a Mosca hanno suscitato un acceso dibattito. Per questo motivo il Partito Popolare Europeo, in collaborazione con il Centro Martens e la Fondazione Adenauer, ha organizzato una conferenza dal titolo War and Peace 1945-2015, che si è tenuta lo scorso 6 maggio al Parlamento Europeo, alla quale hanno partecipato diversi esperti europei, così come il professor Andrej Zubov, storico dissidente russo. L’ospite principale è stato Timothy Snyder, docente all’Università di Yale e al Collège d’Europe, nonché uno dei maggiori esperti mondiali di storia dell’Europa Centrale e Orientale.

L’uso politico della memoria

Per capire il motivo della controversia, bisogna guardare sia al passato che al presente. La cerimonia venne tenuta per la prima volta nel 1965 subito dopo la salita al potere di Leonid Brežnev: un periodo caratterizzato dalla stagnazione e dal tramonto dell’utopia comunista. Non potendo guardare al futuro, la propaganda sovietica puntò al passato per cercare di “lavare” i crimini dello stalinismo e legittimare il dominio sull’Europa Centro-Orientale.

Con la perestrojka, le commemorazioni assunsero una dimensione più umana: l’accento venne quindi posto sulle sofferenze del popolo sovietico durante la guerra. Come sottolineato da Zubov, questo è l’elemento che più emoziona, perché riguarda le singole storie di ogni famiglia russa. La cerimonia di quest’anno ritorna alla dimensione brežneviana, come del resto il contesto nella quale si colloca: un’economia in recessione e una politica estera imperialista.

Secondo l’analisi di Snyder, una commemorazione storica dovrebbe avere quattro elementi essenziali: sociale, internazionale, critico e responsabile. In questa celebrazione mancano tutti e quattro. La società civile, per definizione autonoma e imprevedibile, non gioca alcun ruolo. Al suo posto ci sono le autorità, di solito nella figura di Putin, che dettano la linea che gli storici devono seguire, come lo scorso novembre quando il Presidente russo ha difeso il Patto Molotov-Ribbentrop durante un convegno di storici.

La celebrazione manca di un confronto internazionale ed è anche priva di criticismi nei confronti delle politiche di Stalin, anche riguardo aspetti strategici, non solo morali. Infine, al posto di un dibattito responsabile sul collaborazionismo durante l’occupazione nazista, la colpa viene “esportata” ad alcuni gruppi etnici (baltici, ucraini, tatari e altri), mentre il fenomeno coinvolse tutte le etnie sovietiche.

Polonia ieri, Ucraina oggi?

Una commemorazione con queste caratteristiche può facilmente venire usata per giustificare l’aggressione all’Ucraina. Molti media russi descrivono gli ucraini come un popolo fascista, ma sia la percentuale di collaborazionisti durante la guerra che i consensi degli attuali partiti di estrema destra sono molto più bassi rispetto a quelli di Paesi ritenuti modelli di democrazia, come la Francia.

Ha suscitato scalpore la riabilitazione del Patto Molotov-Ribbentrop, confermata peraltro durante l’incontro con Angela Merkel il giorno dopo la celebrazione. Questa mossa comporta due conseguenze sulla politica odierna. In primo luogo giustifica l’aggressione all’Ucraina, che ricorda quella alla Polonia per due aspetti in particolare: oggi, come nel 1939, viene invaso un vicino con la pretesa di difendere minoranze etniche e con la scusa che lo Stato sia collassato. L’altra conseguenza è svuotare di significato il termine fascismo e distogliere lo sguardo dagli elementi che accomunano la Russia di Putin ai regimi fascisti: militarismo, culto della personalità, omofobia ed etnicizzazione della politica estera. In questo modo la Russia si presenta sulla scena internazionale come baluardo della lotta al fascismo e allo stesso tempo sostiene l’estrema destra europea, cercando di spingerla contro le democrazie liberali, proprio come nel 1939.

E l’Europa è divisa

I leader europei dunque ripudiano la manipolazione della vittoria sul nazismo, ma non esiste una commemorazione paneuropea. Manca una rielaborazione comune della Seconda Guerra Mondiale. Per alcuni Paesi il 1945 fu una liberazione, per altri un cambio di occupazione. Nel 2009, dopo l’allargamento a Est, una risoluzione del Parlamento Europeo istituì il 23 agosto, anniversario della firma del Patto Molotov-Ribbentrop, come Giornata Europea della Memoria delle Vittime dei Regimi Autoritari. Ma nella “vecchia Europa” viene celebrata solo in Svezia, Irlanda e Malta.

L' Autore - Giuseppe F. Passanante

Ho studiato lingue alla Ca' Foscari (triennale) e relazioni internazionali a Torino (magistrale), per poi ottenere un master alla sede di Varsavia del Collège d'Europe dove ho approfondito temi come la Politica Europea di Vicinato, le relazioni UE-Russia e le politiche di allargamento. Attualmente vivo in Polonia, a Breslavia, e lavoro in una multinazionale. Le aree geografiche di mio interesse sono l'Europa Centrale, i Balcani, la Turchia e lo spazio post-sovietico.

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