martedì , 18 dicembre 2018
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Nagorno Karabakh: alta tensione su “linea contatto”

Oltre a Libia, Siria, Ucraina e Gaza, un’altra spirale di violenza si sta innescando nel vicinato europeo. Tra il 31 luglio e il 2 agosto ci sono stati scontri armati lungo la cosiddetta “linea di contatto” che separa dal resto dell’Azerbaijan l’area occupata dalle forze armene, dove complessivamente 20.000 soldati sono dispiegati in trincee a 100 metri di distanza l’una dall’altra. In epoca sovietica il Nagorno Karabakh era una regione autonoma, popolata in netta maggioranza da armeni, della Repubblica Socialista Sovietica Azera.

Nel 1988 iniziarono tensioni che ben presto sfociarono in una sanguinosa guerra civile. L’Accordo di Bishkek del 12 maggio 1994 sancì un cessate il fuoco, ma da allora non è ancora stata trovata una soluzione politica alla disputa. Quasi tutta la regione autonoma e altri sette distretti adiacenti sono occupati dalle forze armene e costituiscono un’entità statale de facto, ma priva di riconoscimento internazionale. Il cessate il fuoco, inoltre, viene regolarmente violato, specie durante il periodo estivo, ma solitamente il numero di vittime si aggira sulle 2 o 3 al mese.

Questa volta, le autorità della Repubblica del Nagorno Karabakh parlano invece in totale di 5 morti e sette feriti armeni e 25 morti e 30 feriti azeri. Secondo le autorità azere invece, le proprie forze armate avrebbero perso 13 uomini, non 25. Anche la dinamica dei fatti non è chiara. Entrambe le parti si sono scambiate accuse, smentite e controaccuse come spesso accade in queste circostanze. Da vent’anni il gruppo di Minsk dell’OSCE, presieduto da Francia, Russia e Stati Uniti, cerca di trovare una soluzione pacifica al conflitto, tentando di conciliare i principi di integrità territoriale e autodeterminazione. Il negoziato però è in fase di stallo da anni.

Il principale problema strutturale è che coinvolge solo i due presidenti. Essendo l’opinione pubblica dei due Paesi all’oscuro dei meccanismi, ogni concessione rischia di venire interpretata come un gesto di debolezza, che comprometterebbe quindi la carriera politica del leader in questione. Nel 1998, infatti, il presidente armeno Levon Ter-Petrosyan vedendo che il rapporto di forze stava cambiano a favore dell’Azerbaijan, capì che bisognava raggiungere un accordo, facendo concessioni. Questa scelta gli costò la poltrona presidenziale. Tre anni più tardi, rendendosi conto che rischiava la stessa fine, il presidente azero Heydar Aliyev non implementò l’accordo raggiunto a Key West, in Florida.

Questa situazione precaria costituisce un circolo vizioso che ostacola la democratizzazione e lo sviluppo economico di entrambi i Paesi e di tutta la regione. Le riforme democratiche vengono scoraggiate, mentre è diffusa la percezione della necessità di avere un “uomo forte” alla guida. Le misure repressive verso la società civile adottate soprattutto in Azerbaijan, rendono a loro volta ancora più difficile una soluzione pacifica. Un aspetto sottolineato anche dal commissario Štefan Füle nel comunicato di ieri in merito all’arresto del attivista azero per i diritti umani Rasul Jafarov.

Avendo i confini chiusi con Azerbaijan e Turchia e non avendo sbocco al mare, l’Armenia dipende per il proprio commercio estero dall’Iran – partner scomodo specie all’epoca di Ahmadinejad – e dalla Georgia, con cui i rapporti non sono ottimali. La situazione economica dell’Azerbaijan è migliore grazie alla vendita e al transito di idrocarburi, ma i proventi arricchiscono più che altro le persone vicine all’establishment, mentre ampie fasce della popolazione vivono sotto la soglia di povertà. Ciò nonostante i due governi spendono cifre folli in armamenti. Secondo il CIA World Factbook infatti, Armenia e Azerbaijan sono rispettivamente il dodicesimo e il quinto Paese al mondo per spesa militare in rapporto al PIL.

L’Unione Europea, finora ha fatto ben poco, pur avendo forti interessi in gioco. Basta pensare che il gasdotto Baku-Tbilisi-Ceyhan, al quale verrà allacciato il TAP, che porterà il gas azero verso le coste pugliesi, passa a 50 chilometri dalla linea di contatto. La Politica Europea di Vicinato, che dal 2004 include il Caucaso Meridionale, ha lo scopo di esportare stabilità, sicurezza e benessere. Finché questa questione non verrà risolta non ci saranno né stabilità, né sicurezza né benessere e la dimensione multilaterale della PEV rimarrà sulla carta. Risolvere i conflitti nel proprio vicinato è una necessità, soprattutto se l’UE vuole essere un attore internazionale credibile.

Photo © Andreas Kontokanis, 2008, www.flickr.com

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L' Autore - Giuseppe F. Passanante

Ho studiato lingue alla Ca' Foscari (triennale) e relazioni internazionali a Torino (magistrale), per poi ottenere un master alla sede di Varsavia del Collège d'Europe dove ho approfondito temi come la Politica Europea di Vicinato, le relazioni UE-Russia e le politiche di allargamento. Attualmente vivo in Polonia, a Breslavia, e lavoro in una multinazionale. Le aree geografiche di mio interesse sono l'Europa Centrale, i Balcani, la Turchia e lo spazio post-sovietico.

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