mercoledì , 12 dicembre 2018
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Photo © Jay, 2015, www.flickr.com

Nemtsov e la Cecenia: le false verità di Putin

Politkovskaja, Estemirova, Litvinenko, Berezovskij. Nei casi di omicidio dal possibile risvolto “politico” che negli ultimi anni hanno scosso la Russia, raramente tra i sospettati o accusati manca un ceceno. Non fanno eccezione le indagini legate all’ultima tragedia, quella di Boris Nemtsov, condite dalla solita girandola di arresti e confessioni, ritrattazioni e proclami, e dalla solita nebbia intorno al presunto movente.

Il caso Nemtsov presenta però una particolarità rispetto a quelli precedenti. Ad essere chiamato in causa non è infatti il solito terrorista ceceno mosso dalla pseudo-volontà di destabilizzare il sistema Russia. L’accusato stavolta è Zaur Dadayev, personaggio vicino al leader ceceno Ramzan Kadyrov, ed ex vice-comandante del battaglione Sever, unità (formata da ceceni) che nel corso della seconda guerra cecena ha combattuto al fianco delle truppe del Cremlino per una Cecenia filorussa. Unità che pertanto ha contribuito a ristabilire il controllo del Cremlino sulla repubblica caucasica, sconfiggendo gli indipendentisti e posizionando al potere prima Akhmed Kadyrov e poi suo figlio, Ramzan.

Non può quindi trattarsi del solito capro espiatorio proveniente dalle fila degli indipendentisti ceceni, come fu per Zakayev (leader del governo in esilio della “Repubblica di Ichkeria”), chiamato in causa per alcuni degli omicidi precedenti. E non può trattarsi neppure di un terrorista dell’Emirato del Caucaso (gruppo terrorista nato in seno all’indipendentismo ceceno, da cui si è staccato nel 2006 per abbracciare la via del panislamismo caucasico e dell’estremismo religioso, affiliandosi tra l’altro ad al-Qaeda). Il filo logico stavolta sembrava portare direttamente a Kadyrov, uomo del Cremlino, ed al suo mentore, Vladimir Putin.

Una situazione che rischiava quindi di creare qualche falla all’interno del sistema Putin, ponendo lo “Zar” di fronte ad una scomoda alternativa: rinunciare ad allontanare da sé qualsiasi ipotesi di coinvolgimento indiretto nella vicenda, oppure dissociarsi parzialmente dall’operato di Kadyrov e dei suoi fedelissimi. Proprio per concessione di Putin infatti, i fedelissimi di Kadyrov (gli uomini del suo Ministero dell’Interno) godono in Russia di libertà di movimento e numerose “immunità”. Privilegi legati ufficialmente al ruolo chiave nella lotta al terrorismo islamico (e quindi all’Emirato del Caucaso), ma in realtà concessi anche in quanto la milizia agli ordini di Kadyrov (conterebbe 20.000 uomini) costituisce un bacino cui attingere anche per i lavori “sporchi” (molti ad esempio hanno operato nel Donbass a sostegno dei filorussi). Privilegi che secondo alcuni infastidiscono lo stesso FSB (erede del vecchio KGB). Si spiegherebbe così lo scomodo arresto di Dadayev e degli altri accusati.

L’opzione di una scelta obbligata e scomoda per Putin sembra tuttavia già sventata, grazie al ricorso ad un movente particolare, quello religioso, che vorrebbe Nemtsov giustiziato per le dichiarazioni nel post-attentato a Charlie Hebdo, ritenute irrispettose nei confronti dell’Islam. Non a caso infatti, in seguito all’arresto di Dadayev, Kadyrov si è affrettato a dichiarare: “Dadayev è un vero patriota, ama la Russia, ed è un uomo molto religioso”. Dichiarazioni con cui ha cercato di indirizzare le indagini, se non, presumibilmente, le testimonianze e confessioni.

Il movente religioso infatti, per il Cremlino, è sicuramente più comodo da giustificare rispetto a quello “politico”, con Nemtsov giustiziato per la sua attività all’opposizione, o a quello “geopolitico”, con Nemtsov ucciso per evitare rivelazioni pericolose sul coinvolgimento diretto russo nel Donbass (ipotesi sostenuta dal Presidente ucraino Poroshenko). Non costringerebbe inoltre Putin ad una presa di distanze da Kadyrov, strumento utilissimo e ritenuto l’unica via per mantenere una pax russa in Cecenia. Anzi, paradossalmente potrebbe rafforzare ulteriormente l’asse Putin-Kadyrov e la retorica putiniana (sposata con superficialità anche dai media occidentali) che in Cecenia considera solo due alternative: “o Kadyrov, o l’Emirato del Caucaso e l’estremismo religioso”, ritenendo quindi inevitabile la prima.

Una retorica di cui il Cremlino beneficia, in quanto gli consente di mantenere il controllo sulla Cecenia (il governo in esilio della repubblica di Ichkeria vorrebbe la piena indipendenza da Mosca) ed un fedele strumento nelle proprie mani. Una retorica di cui beneficia però, ovviamente, anche Kadyrov, che in nome dell’antiterrorismo e della lotta al fanatismo religioso potrà continuare nella sua opera volta ad eliminare qualsiasi forma di opposizione, inclusa quella laica. E potrà continuare a beneficiare dei privilegi e finanziamenti (accrescendo anche il suo patrimonio personale) garantiti da Mosca. Un prezzo, per la sua fedeltà ed i suoi servizi, che per ora considera congruo. L’accordo è destinato a continuare.

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L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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