mercoledì , 21 novembre 2018
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Ucraina: l’ultimo flop del “metodo Ashton”

Here we are”, direbbero gli inglesi. Siamo arrivati al dunque: dopo 5 anni di Commissione Barroso, ormai alla scadenza del mandato, la questione Ucraina ha fornito gli ultimi elementi per dare un giudizio conclusivo sulla politica estera dell’UE nell’ultimo quinquiennio. A tutti coloro che nutrivano dubbi circa l’efficacia della politica estera europea, pochi ormai a dire la verità, la gestione della complessa questione Ucraina toglie certamente ogni dubbio. Ferma restando l’esigenza, in una breve analisi, di limitarsi ai fattori maggiormente visibili di un’azione diplomatica, la scarsa efficacia del “metodo Ashton”, o di quello che potremmo definire “metodo a metà strada”, è purtroppo innegabile.

Catherine Ashton, scelta nel 2009 per ricoprire il ruolo – appositamente istituito a Lisbona – di “Alto Rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza”, ha sin dall’inizio fatto storcere il naso a tutti coloro che speravano nel proseguimento del buon lavoro fatto dal suo predecessore, Javier Solana. Quest’ultimo, in un panorama giuridico molto meno favorevole rispetto a quello che il trattato di Lisbona offre alla Ashton, aveva saputo certamente gestire la nascente e inoffensiva politica estera europea, dando quantomeno un indirizzo e direttrici di sviluppo chiare.

La scelta di una figura politica come la Ashton, con un background esterno al mondo della diplomazia e della politica estera, fu quindi una decisione consapevole (e fortemente sbagliata): la volontà era quella di ridurre ulteriormente – dopo il fallimento della Costituzione dell’UE – la portata del Trattato di Lisbona. Nel 2009, poco dopo l’inizio della crisi economica, c’era forse la convinzione che i Paesi dell’UE potessero ancora impostare una politica estera autonoma ed influente: per chi non se ne fosse accorto non è decisamente così. Catherine Ashton in questi 5 anni di lavoro ha in realtà mostrato capacità notevoli: di comunicazione e mediazione, oltre che una forte forza di volontà.

Ciò che purtroppo le è sempre mancato è stato un fattore “esogeno” e cioè il concreto appoggio di tutti i Paesi dell’UE. Il caso dell’Ucraina, al di là di come finirà la crisi, è esempio lampante. La convinzione degli Stati europei di poter portare avanti una politica estera forte e coerente in un periodo di graduale “sganciamento” USA dalle problematiche europee, e in un momento storico dove “the size matters”, si è rivelata una pericolosa illusione. Non è una questione di difendere o meno il progetto europeo, ma una costatazione di semplice buon senso: la divisione degli sforzi in 28 direttrici differenti non fa che indebolire l’impatto mondiale dell’UE. Chi concede il “contentino” agli euroscettici appoggiando una politica estera degli Stati Membri totalmente autonoma, e criticando anzi quella portata avanti dalla Ashton, in realtà non fa altro che danneggiare i propri cittadini e il proprio Paese.

Nel caso Ucraino – forse il più delicato degli ultimi 15 anni – mentre Obama parlava per gli americani, i Paesi europei offrivano soluzioni e opzioni differenziate: 28 comunicati differenti da parte delle cancellerie di tutta Europa. C’è chi – come la Germania – offriva la soluzione “federalista” a Putin, e chi – come Francia e Italia – si appellava all’accordo del 1994 e si limitava a circostanziate parole di condanna dell’operato del Presidente russo. A questi si aggiungono tutti coloro che – come la Polonia e la Lituania – hanno richiesto una decisione concordata in seno alla Nato ai sensi dell’art.4 del Patto Atlantico. Nel frattempo la Ashton è volata a Kiev, dove attualmente si trova, per cercare di concludere in modo dignitoso il quinquennio suo e della Commissione Barroso.

Allo stato attuale non sono ancora noti i risultati finali di tali conversazioni e le conseguenze di questo grosso movimento delle diplomazie mondiali. In attesa di capire meglio cosa sia successo e cosa succederà, alle elezioni europee c’è da auspicare una netta decisione: se l’Europa vuole influenzare la politica mondiale deve unire le forze, altrimenti sarà costretta ad accettare il destino di limitare la sua potenza a quella di 28 politiche estere, adatte a 28 “medie potenze”. All’Europa la scelta.

Nell’immagine Catherine Ashton, durante il suo viaggio a Kiev del 10 dicembre (© European External Action Service EEAS, Flickr – 2013.

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L' Autore - Gianluca

Appassionato di politica estera e diplomazia, felice di scrivere per questa bella rivista.

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2 comments

  1. Gianluca Farsetti

    Gentile Cami,

    prima di tutto grazie per il commento. Concordo pienamente con te: la politica estera dell’UE nei Balcani ha ottenuto ottimi risultati. Al di là dell’ingresso della Croazia, evento carico di significato politico per la storia dei Balcani, la normalizzazione dei rapporti tra Kosovo e Serbia è certamente il successo più importante del quinquennio Ashton.

    Personalmente non nutro dubbi sulle capacità di attrazione dell’UE; ciò su cui nutro dubbi sono gli strumenti per difendere tale forza di attrazione. Senza una Unione coesa su almeno alcuni punti chiave in politica estera, come per esempio il vicinato, i Balcani o le posizioni in seno al CDS, ogni parola o decisione dell’Alto Rappresentante perde ogni valore.

    Grazie ancora per il commento e buona giornata.

    Gianluca

  2. Concordo con quanto detto nell’articolo. Però, ad onore del vero, si dovrebbero menzionare due (a mio parere) successi: quello di aver fatto sedere Kosovo e Serbia allo stesso tavolo e quello di aver creato una strategia comprensiva per combattere la pirateria nel Golfo di Aden. Poi, il fatto che gli Stati Membri avessero un interesse particolare a supportare queste azioni, è un’altra storia.

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