mercoledì , 20 giugno 2018
18comix
Photo © Courtney Radsch, 2012, www.flickr.com

Libia: il “gioco” strategico della Francia

La guerra in Siria ha dimostrato come ogni conflitto militare sia suscettibile di diventare un confronto tra potenze globali (Stati Uniti e Russia) e regionali (Iran e Arabia Saudita). Mai come oggi, in un contesto in cui i mercati avanzati sono saturi e la ricerca di nuove fonti di approvvigionamento è vitale, al fine di acquisire un vantaggio su concorrenti globali sempre più agguerriti, ogni conflitto deve essere visto attraverso le lenti della geopolitica. In sostanza, aldilà degli idealismi, attraverso l’economia e i rapporti di forza. Esempio lampante è la Libia.

La lotta per la Libia

Il grande “scatolone di sabbia”, Paese immenso e ricco di risorse petrolifere, è da anni ormai al centro di una guerra civile terribile, sanguinosa e senza facile risoluzione. Tutto ha origine nell’inverno 2007, quando il Presidente libico Muhammar Gheddafi pianta la sua tenda nel giardino dell’Eliseo, ove risiede Nicholas Sarkozy. I due si fanno fotografare assieme, sorridenti e distesi. Il resto è storia nota: quattro anni dopo Sarkozy è in prima linea nella guerra contro il dittatore libico e i suoi caccia intervengono fragorosamente il 19 marzo 2011 nei cieli di Bengasi.

Un rocambolesco voltafaccia giustificato da diverse ragioni. Tra queste, la grandeur francese, la tradizionale “fissazione” transalpina per la libertà, l’egolatria di Sarkozy. Fattori indubbiamente che hanno pesato. Eppure sarebbe quantomeno ingenuo pensare che non siano gli affari a determinare il grande gioco. Come rivelato da alcune mail carpite dalla casella della candidata presidenziale Hillary Clinton e finite in mano alla stampa, la rivolta libica fu preparata con la complicità evidente dei servizi segreti francesi, al fine di ritagliare per Parigi un “posto al sole” dalle parti di Tripoli.

Concessioni italiane

Fino ad allora la Libia, per ragioni coloniali, era terra di conquista per l’Italia, Paese che aveva continuato a commerciare con Gheddafi anche negli anni più bui – dopo il 1988, anno dell’abbattimento del volo Pan Am sui cieli della Scozia, che provocò un isolamento internazionale di Tripoli – traendone in cambio sostanziosi contratti per le tre grandi sorelle nazionali (Eni, Enel e Saipem). In più, sotto il governo Berlusconi, tale rapporto era diventato anche un’amicizia personale che aveva favorito la messa in cantiere di grandi progetti, come ad esempio l’autostrada costiera Tripoli-Bengasi, che avrebbero fruttato altro cash per gli italiani.

Progetti visti come il fumo negli occhi dal governo francese, visto che l’Italia aveva contemporaneamente ottenuto altre concessioni petrolifere importanti in Algeria, tradizionale alleato francese. La rivolta in Libia è stata quindi un’occasione ghiotta per la Francia per ridurre l’influenza italiana nel Nord Africa. Il Consiglio Nazionale Libico, organo supremo dei ribelli, aveva subito offerto una “grande fetta di torta” ai francesi, una volta concluso il conflitto, con la nuova triade Suez – Total – Gaz de France pronta a sostituire il vecchio corso italiano.

Piano fallito

Tuttavia, le cose non sono andate come previsto: la guerra civile non ha permesso alle grandi compagnie francesi di insediarsi nel Paese, mentre l’Eni – grazie ai suoi contatti preziosi – riesce ancora a estrarre a Zuwarah, nell’ovest del Paese. Pochi giorni fa è stata confermata da fonti internazionali la presenza di forze speciali francesi a sostegno del generale Haftar, che sta combattendo sia contro il governo di Tripoli, sia contro i jihadisti dell’Isis. Hollande punta tutte le sue carte sull’esecutivo di Tobruk: un’ennesima divergenza strategica con l’Italia, che in questo momento preferirebbe far tacere le armi per permettere all’esecutivo ONU – guidato da Sarraj – di insediarsi a Tripoli.

I prossimi mesi saranno cruciali per il futuro della Libia: è in gioco la sopravvivenza politica del Paese, che rischia la secessione in tre aree – Tripolitania, Cirenaica e il desertico Fezzan – che forse potrebbe soddisfare gli appetiti neo-coloniali delle potenze europee, ma che sarebbe un sicuro disastro per i libici i quali – prima della caduta del dittatore di Sirte – godevano di un tenore di vita invidiabile in confronto ad altri Paesi del Nord e Centro Africa.

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

Check Also

Montenegro: ancora Đukanović, sempre Đukanović

Le elezioni presidenziali montenegrine hanno registrato il risultato atteso. Milo Đukanović ha infatti ottenuto la …

One comment

  1. Dirigere i capitali e le somme di denaro dal basso verso l’alto come di già è in atto, impoverire sempre di più i cittadini fino a renderli schiavi e farli lavorare fino alla fine dei loro giorni senza pausa, indirizzarli al consumismo sfrenato, controllati in ogni movimento e discussione.
    Il tutto per la nostra salute e sicurezza?
    Ma tutto questo non basta, per risolvere i problemi del mondo ci vuole un Governo Mondiale e quindi deve essere fondata una Unione Mondiale che potrà risolvere tutti i problemi esistenti. Per raggiungere questo obiettivo è chiaro che anche tutti gli altri stati /nazioni e continenti debbano essere messi sotto controllo di questa Elite assatanata di potere, ciò comporta un rischio molto più grande di quello Europeo.
    Conclusione:prepariamoci a un evento Apocalittico di immaginabili dimensioni, quello che abbiamo visto con l’aggressione alla Libia e altri piccoli stati Africani è un Antipasto con 4 olive e qualche bruschetta.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *