Pochi sanno che nel cuore geografico del continente resiste imperterrito un dittatore dagli occhi di ghiaccio, che non ha mai digerito lo scioglimento dell’Unione Sovietica: Aleksandr Lukašenko, padre-padrone della Bielorussia dal 1991. Noto in Italia per essere un caro amico di Berlusconi, Lukashenko governa la nazione con pugno di ferro. Una delle ragioni di una così lunga permanenza al potere va ricercata nel feeling che lega il rude Aleksandr all’esercito: gli stanziamenti relativamente generosi che riserva alle pur non modernissime forze armate permettono all’ “ultimo dittatore d’Europa” di spazzare le litigiose opposizioni con facilità e di ricordare agli ambiziosi vicini appartenenti all’Unione Europea (Polonia e Lituania) che lui non ha alcuna intenzione di retrocedere.
Tuttavia, spiegare il fenomeno Lukašenko da un punto di vista puramente militare non sarebbe corretto: l’uomo di ghiaccio di Minsk ha un solido consenso nella classe lavoratrice bielorussa, che vede in lui un alfiere del “socialismo dal volto umano”. Lukašenko infatti, fin dalle elezioni del 1994 (le successive sono somigliate più che altro a plebisciti), ha confermato la sua visione di società: la Bielorussia non avrebbe fatto come le altre repubbliche ex-sovietiche, non si sarebbe incamminata sulla strada del capitalismo e dell’adesione all’Unione Europea. Una sua celebre citazione recita:
“Qui si parte dal fatto che la mentalità, le tradizioni e lo stile di vita delle persone non possono essere modificate durante la notte. Non può essere possibile gettare le persone non preparate nell’abisso del mercato.”
L’abile retorica di Lukašenko faceva breccia in una società ancora impaurita: il crollo dell’URSS aveva fatto contrarre l’economia nel triennio 1991-94 di quasi 40 punti percentuali e la madrepatria Russia precipitava nel caos post-Gorbačëv: alcolismo di massa e “privatizzazioni selvagge”. In un contesto così pericolante, in cui il libero mercato per gran parte delle persone significava solo confusione e disprezzo delle regole, Lukašenko ha avuto gioco facile ad imporre il suo “socialismo di mercato”: l’unica via per salvarsi dalla crisi era un forte Stato accentratore che si occupasse della pianificazione, con a fianco un settore privato “controllabile” e un sistema bancario nazionalizzato.
La sua ricetta autarchica, numeri alla mano, ha discretamente funzionato: la Bielorussia, dopo il caos di inizio anni Novanta, si è risollevata con tempi non dissimili da quelli dei vicini “filo-occidentali” e anche l’impatto della crisi mondiale del 2008-09 è stato contenuto. L’evoluzione ascendente del PIL pro-capite negli ultimi anni due decenni è sicuramente stupefacente e poco sottolineata nel resto d’Europa. Questo è avvenuto anche perché l’integrazione di Minsk con l’economia mondiale – fatta salva l’eccezione della Russia e di alcuni Paesi centroasiatici come il Kazakhstan – è minima e Lukašenko difende la base industriale del Paese in maniera vigorosa. Gran parte del PIL bielorusso proviene proprio dall’avanzato settore siderurgico e dall’expertise che i bielorussi hanno sviluppato nel campo dei mezzi di trasporto di carburante e di raffinazione.
Anche sul piano delle relazioni internazionali, Minsk ha corteggiato tutti gli storici nemici degli Stati Uniti: i rapporti con la Siria di Bashar el Assad, così come con l’Iran, sono ottimi e in via di miglioramento anche quelli con la Cina. Una nuova “cortina di ferro” è invece scesa tra la Bielorussia e l’Unione Europea. Fin dal 2008, l’UE ha avviato un programma di sanzioni contro aziende e singoli politici bielorussi, recentemente confermato. Tali sanzioni sono state definite sostanzialmente inutili dalla stessa opposizione al regime, che le considera anzi un formidabile propellente per il dittatore, che può presentarsi come una vittima dell’Europa asservita agli interessi americani.
E’ evidente che l’Eastern Partnership di Vilnius dalle parti di Minsk non sarà presa bene: con tutta probabilità Lukašenko si allineerà alle non ben precisate “misure di ritorsione” che Mosca avrebbe intenzione di attuare contro i Paesi (in primis Ucraina e Moldavia) che aderiranno all’intesa commerciale con l’UE. La tensione tra Mosca e le cancellerie europee è lo scenario che Lukašenko predilige per mantenere intatto lo status quo, e sia l’Europa che la Russia sembrano piuttosto desiderose di voler ripetere ancora una volta una riedizione, a dir la verità stucchevole, della Guerra Fredda.
In foto l’ultima immagine di Lukashenko disponibile presso la Commissione Europea: l’incontro con l’allora Presidente della CE Jacques Santer nel 1995 (Foto: European Commission)
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