martedì , 20 novembre 2018
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Photo © US Army Europe, 2014, www.flickr.com

Serbia e Kosovo: Cipro indica la strada giusta?

Il lento ma continuo processo di disintegrazione della Jugoslavia iniziò subito dopo la scomparsa di Tito, abile fino ad allora, sia pur con delle ombre, a tenere uniti sotto la stessa bandiera gli slavi del sud e gli albanesi del Kosovo, nonché a fare da cuscinetto tra Mosca e l’Occidente. Alla sua scomparsa, complice il mix di crisi economica e di incertezza del futuro, si tornò a parlare di differenze, di popoli e di tradizioni che il sociologo Zygmunt Bauman (1925-2017) chiamerebbe “retrotopia”, una volontà di tornare ai miti del passato, spesso anche inventati.

Ex-Jugoslavia, il baratro

Questo processo fu subdolo e pieno di provocazioni trasversali da Lubiana a Skopje. Il risultato fu una guerra civile in più fasi, con una cifra spaventosa di morti (oltre 250.000) e profughi (oltre 2.000.000), conclusasi sulla carta nel 1999, dopo i 78 giorni di bombardamento Nato che posero fine alla guerra del Kosovo.

Le provocazioni di allora furono, o si volle credere, bollate come scaramucce. Come nel caso della partita di calcio fra Dinamo di Zagabria e Stella Rossa di Belgrado. Era il 13.5.1990 e gli scontri furono catalogati come rivalità fra ultras, nonostante tra quei pseudo tifosi ci fosse un certo Arkan, la tigre dei Balcani, e lo slogan cantato fosse “Slobodan mandaci l’insalata, come carne macelleremo i croati”.

Episodi recenti

Ed è per questo che l’Europa non deve sottovalutare o minimizzare nessuno dei gesti simbolici e plateali di questi mesi: dal drone calato con la bandiera albanese durante la partita Serbia e Albania (ottobre 2014), al recente treno Belgrado – Kosovska Mitrovica con la scritta “Il Kosovo è serbo”, riportata in una ventina di lingue (Gennaio 2017).

In quest’ultimo caso anche i politici (non) fanno la loro parte: il Leader serbo Aleksandr Vukic dichiara di non essere a conoscenza dei fatti, mentre Pristina schiera l’esercito per bloccare il treno della discordia alla frontiera. Ancora una volta le tensioni che non giovano a nessuna delle due parti e allontanano entrambi da Bruxelles. Per la diplomazia europea si presenta un’ennesima opportunità per intervenire con i fatti in un’area dove si deve iniziare seriamente a parlare di convivenza e condivisione pacifica (anche nel linguaggio dei politici) e, soprattutto, di cooperazione economica.

L’esempio di Cipro

L’esempio per i Balcani potrebbe invece venire guardando a sud, verso Cipro, dove sono sempre più seri i tentativi e la volontà di cancellare i confini. Questo grazie alla scoperta di giacimenti di gas naturale che potrebbe rilanciare l’economia dell’intera isola. La giornalista turca di Ankara Sevil Erkus conferma la volontà dei due leader, il turco cipriota Mustafa Akinci e il greco cipriota Nicos Anastasiades, di puntare ad una repubblica federale bi-comunitaria con due Stati nella “speranza di superare la segregazione etnica dell’isola”.

Prove generali per tornare a parlare di ammissione della Turchia all’Unione Europea? Potrebbe esserlo, come potrebbe essere una “best practice” della diplomazia da esportare immediatamente anche nei Balcani. In fondo, come dice il giornalista Ezio Mauro nel suo libro Babel: “…se la democrazia è sotto attacco – e oggi lo è – dobbiamo chiederci se essa è ancora capace di pensare se stessa, se è in grado di ri-pensarsi per reinventarsi e riconquistare il governo effettivo e reale….”.

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L' Autore - Luca De Poli

classe '70, Laurea in Scienze Politiche a Padova e Laurea Magistrale in Relazioni Internazionali Comparate presso l'Universita' Ca' Foscari di Venezia. Master SDA Bocconi (2003-05) e Master Ipsoa (Pianificazione Patrimoniale). Autore del libro "78 giorni di bombardamento NATO: la Guerra del Kosovo vista dai principali media italiani" (Primo Premio al Concorso Internazionale 2015 Mario Pannunzio, Istituto Italiano di Cultura fondato da Arrigo Olivetti e Mario Soldati, Torino - Sez D). 100% del ricavato viene donato ad Amnesty International. E del libro "Ibrahim Rugova. Viaggio nella memoria tra il Kosovo e l'Italia" (Primo Premio Rive Gauche 2016 Firenze, patrocinato dal Ministero Beni Culturali). Dopo aver seguito per anni progetti nel settore bancario rivolti anche al mondo del Non Profit, dal 2015 si occupa di Wealth Management.

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2 comments

  1. Episodi plateali albanesi? Per voi che guardate coi paraocchi!
    E poi che mischiate “capre e cavoli”? Tito, almeno nel suo nome, teneva uniti sotto la bandiera jugoslava socialista, non solo gli albanesi ma anche altre nazionalita’ (dico nazionalita’ e non minoranze!); italiani, turchi, ungheresi in Vojvodina. Informatevi meglio. Non trascrivete il solito “deja’ lu”! Grazie!

    • Buongiorno, grazie per il suo contributo e il tempo dedicato. In merito rimando alla lettura di “Tito e i suoi compagni”, l’ultima meravigliosa fatica (Einaudi, 2015) del Prof. Joze Pirjevec (autore de “Le guerre jugoslave”), dove ci viene presentata con estremo equilibrio la figura del Maresciallo Josip Broz. Ulteriori fonti storiche sono tratte anche dagli scritti del croato Predag Matvejević, che purtroppo proprio ieri c’ha lasciato. Se le avanza tempo e lo desidera, non esiti a mandare alla Redazione anche un suo contributo. Cordialmente.

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