martedì , 18 dicembre 2018
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Difesa: Francia-UK e il nuovo drone europeo

Il Farnborough International Airshow, tenutosi la scorsa settimana in Inghilterra, è stato teatro di un passo importante nella storia della difesa made in Europe: la cittadina inglese dell’Hampshire è stata infatti cornice della firma di un accordo tra il neo-Ministro degli Esteri britannico Phillip Hammond e il Ministro della Difesa francese Jean-Yves Le Drian in merito alla realizzazione di uno studio di fattibilità su un nuovo drone da combattimento (UCAV). L’accordo ha durata biennale e il suo valore si aggira intorno ai 150 milioni di euro.

Il programma, guidato dai colossi BAE Systems (Regno Unito) e Dassault Aviation (Francia), punta innanzitutto a identificare i sistemi, le tecnologie chiave e i costi relativi alla creazione di un dimostratore FCAS (Future Combat Air System), che funga da piattaforma per la creazione di una nuova generazione di caccia di fattura esclusivamente europea.

Il progetto è meno imponente di quanto inizialmente prospettato, dal momento che si tratta di uno studio su singole tecnologie, soltanto al termine del quale si valuterà se realizzare o meno il dimostratore, ma ciò non toglie che esso riveste comunque un ruolo cruciale nel contesto europeo, dal momento che diverse voci della politica e dell’industria hanno criticato a più riprese il rischio di subordinazione europea a fornitori esteri sia in termini di sovranità tecnologica che operativa (Europae ha più volte sottolineato come nel campo dei velivoli a pilotaggio remoto, l’industria europea manchi di prodotti competitivi e soffra la competizione degli MQ-9 Reaper e Predator statunitensi).

Proprio per colmare questa lacuna, circa un anno fa Airbus, Dassault e Finmeccanica inviarono una lettera aperta ai rispettivi governi, invitandoli ad avviare un programma di collaborazione e, a distanza di un anno, le tre imprese hanno dato vita al programma MALE2020, per lo sviluppo di un aereo avanzato a pilotagggio remoto in grado di volare a media altitutine e a lunga distanza.

Questo interesse da parte dell’industria nei confronti degli UAV (aeromobili a pilotaggio remoto) potrebbe tradursi in futuro anche nell’apertura del progetto anglo-francese ad altri Paesi europei: la possibilità di procedere alla realizzazione di un dimostratore alla fine dello studio, nel 2016, porterebbe alla necesità di ulteriori fondi e a quel punto il progetto potrebbe essere aperto a nuovi partner, ipotesi confermata dalla stesso Hammond (in realtà un’industria italiana attiva nel campo dell’elettronica, Selex ES del gruppo Finmeccanica, fa già parte del progetto).

Maggiori difficoltà si incontrano invece sul piano politico: a livello europeo, sia la Commissione che il Parlamento hanno sottolineato l’importanza dello sviluppo di sistemi non pilotati, in special modo per le loro caratteristiche dual-use, ed anche il Consiglio Europeo ha riconosciuto il ruolo crescente che gli UAV giocheranno nella difesa europea nei prossimi anni. D’altro canto, nel 2013, il Parlamento Europeo è stato teatro di un ampio dibattito sul ruolo e i vincoli legali relativi alle attività degli UCAV nei teatri di conflitto, in particolar modo per quel che riguarda la designazione ed eliminazione di obiettivi umani.

Inoltre, a livello nazionale la situazione è piuttosto frammentata: Francia e Regno Unito hanno lanciato un segnale positivo, ma non si deve trascurare che il progetto iniziale è stato ampiamente ridimensionato prima di essere ratificato e che i due Paesi utilizzano già i predator americani. Inoltre, la Germania non pare particolarmente interessata e, più in generale, diversi governi temono il costo politico dei droni, che spesso sono fonte di malcontento nell’elettorato, sia a causa del loro utilizzo che dei pesanti costi di sviluppo.

Non si deve dimenticare, infine, che non si tratta di una semplice gara tra Stati Uniti e UE: Cina, Israele, Turchia e altri competitor internazionali stanno sviluppando i propri programmi UCAV e se i Paesi UE non restano al passo con l’evoluzione tecnologica, le ricadute negative sarebbero ingenti, sia dal punto di vista economico (si ricordi che l’industria della difesa rappresenta circa un milione e mezzo di posti di lavoro in Europa ed è un settore che impiega largamente manodopera specializzata) che geopolitico e operativo, dal momento che i droni rappresenteranno sempre di più una risorsa fondamentale nel campo dell’intelligence, della comunicazione e della sorveglianza. I prossimi anni saranno quindi cruciali per capire come evolverà la difesa europea.

In foto un Predator americano (Foto: bryce_edwards, www.flickr.com, 2006)

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L' Autore - Enrico Iacovizzi

Responsabile Difesa europea e NATO - Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà Roberto Ruffilli di Forlì con una tesi sull’evoluzione delle relazioni esterne dell’UE e sul suo ruolo come potenza civile globale, vivo e lavoro a Bruxelles. Appassionato di politica internazionale ed in particolare dell'evoluzione politica ed istituzionale della difesa comune europea.

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