mercoledì , 20 giugno 2018
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Paesi baltici
Jet delle forze NATO nella base di Amari, Estonia © U.S. Army Europe Images - www.flcikr.com, 2013

Al via il riarmo dei Paesi baltici contro la minaccia russa?

Negli ultimi anni Estonia, Lettonia e Lituania hanno visto crescere il loro peso negli equilibri geopolitici europei, sino a divenirne l’ago della bilancia, soprattutto con l’aggravarsi della crisi in Ucraina. Non a caso l’Unione Europea e la stessa NATO hanno mutato la prospettiva con cui guardano alle Repubbliche Baltiche: la banale classificazione di Paesi cuscinetto è oramai da riporre nel dimenticatoio. L’importanza dei tre Paesi è data dalla loro posizione strategica tra l’Europa e la Russia, oltre che dalla vista su un mare che è da sempre teatro di azioni militari intimidatorie da parte dei due blocchi.

Negli ultimi anni, infatti, la strategia di Bruxelles recita di espandersi a est e, sebbene Unione Europea e NATO abbiano notevolmente rafforzato il loro soft power, in concomitanza con l’intensificarsi della crisi in Ucraina e con il deteriorarsi dei rapporti con la Russia, sembra essere arrivato il momento di dare spazio all’hard power: i tre ex- Stati cuscinetto diventano così una rampa di lancio e un osservatorio privilegiato per capire cosa accade al di là dei “confini” dell’Europa unita.

Prove tecniche di “hard power”

Si può infatti assistere negli ultimi mesi ad un susseguirsi di azioni, a volte più marcatamente intimidatorie, altre volte meno, tra le forze NATO e quelle russe. Nei mesi scorsi, il Ministero della Difesa russo ha annunciato e messo in pratica l’avvio di un’esercitazione militare nelle acque del Baltico. L’operazione non è trascurabile: 24 navi da guerra, aerei da combattimento, da ricognizione e per il trasporto truppe. Tale esercitazione rileva in quanto è arrivata in risposta alle operazioni militari congiunte effettuate dalla NATO negli Stati baltici.

In precedenza infatti si erano svolte due imponenti esercitazioni, denominate Saber Strike e Baltops. In particolare, la prima rappresenta la più grande esercitazione mai realizzata nel Baltico: oltre 4.700 soldati e oltre 800 veicoli militari con il coinvolgimento di nove Paesi (Stati Uniti, Canada, Danimarca, Estonia, Finlandia, Gran Bretagna, Lettonia, Lituania e Norvegia).

Segnali dal Confine europeo

I recenti attriti hanno spinto la Polonia a pronunciarsi: il Presidente uscente polacco Bronislaw Komorowski aveva infatti chiesto, davanti ai Presidenti degli otto Paesi dell’Europa centrale ed orientale riuniti a Varsavia per l’elaborazione di una linea comune in merito alla situazione in Ucraina, un rafforzamento del sistema di difesa collettiva NATO: “La NATO deve tornare al principio di garanzia effettiva della difesa collettiva dei suoi membri, occorre rafforzare le difese orientali dell’Alleanza”. Ha poi aggiunto che la crisi tra Russia e Ucraina rappresenta la più grande minaccia alla sicurezza dell’Europa dell’Est dai tempi della Guerra fredda ed ha espresso l’esigenza di stanziare delle forze militari NATO nella regione, grazie alla presenza di truppe e di basi che garantiscano un supporto concreto e visibile.

A sostegno di Varsavia si sono schierati sia il Presidente Barack Obama, che ha confermato la volontà di sostenere il rafforzamento della difesa della NATO ad est, sia il comandante supremo dell’Alleanza in Europa, il generale Breedlove, che durante una conferenza stampa alla base del comando di Lago Patria a Giugliano (Napoli), ha affermato: “Per oltre dieci anni abbiamo trattato la Russia come un partner, ma viste le ultime attività, penso che dobbiamo rivedere i nostri rapporti con Mosca”.

Un riarmo dei Paesi baltici?

Durante il summit della NATO in Galles dello scorso settembre si è cercato di dare una risposta concreta: tra le misure che sono state decise, vi è la messa a punto di una forza di reazione rapida con l’appoggio dei Paesi baltici. In particolare, la base aerea di Amari in Estonia diventerà un centro di addestramento NATO di cruciale importanza. Probabilmente tra gli obiettivi principali del Cremlino, ora vi è la necessità di capire se i cambiamenti messi in atto possano essere efficaci in caso di minaccia concreta perché, è bene ricordarlo, per far scaturire un motivo di allarme è sufficiente che vi sia anche la sola sensazione di minaccia.

Quel che è certo è che “circondare” di minacce l’orso russo potrebbe non essere una buona idea, soprattutto se si tiene conto che l’indole dell’orso non è quella di sottomettersi: la risposta dell’Unione Europea e della NATO è davvero, in tali circostanze, altrettanto “armata” e soprattutto rapida quanto previsto nella teoria?

L' Autore - Riccardo Molinari

Laureato in Scienze Strategiche presso la Scuola di Applicazione e Istituto di Studi militari di Torino, sono particolarmente interessato al campo delle scienze della difesa e della sicurezza. Attualmente mi sto laureando in scienze internazionali con profilo medio oriente e cina senza mai perdere di vista l'Europa. Infatti sto elaborando la tesi magistrale sulla PSDC.

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3 comments

  1. “Circondare di minacce”? Un paese che ambisce ad essere super-potenza, e si fa “spaventare” prima da Georgia ed Ucraina (il paese più disgraziato d’Europa ormai, economicamente e socialmente), ed ora dai tre “nani” baltici. E sono certo che nel 2013-’14 Kiev era una minaccia strategica per Mosca, pari alla minaccia tedesca nel 1941… Per non parlare della minaccia ungherese nel 1956, cecoslovacca nel 1968 ecc. E dove vogliamo mettere i tentativi di russificazione forzata, non solo sovietici, ma anche zaristi, e non solo in Russia, ma anche in Polonia, Finlandia, Baltici, Ucraina ecc. Queste minoranze etniche, che li “circondavano di minacce” dall’interno!
    Conosco già l’obiezione: ma l’Afghanistan, l’Irak, la Libia ecc. Tutto giusto: quindi, perché ripetere tali errori, tipo in Abkhazia ed Ossezia già da un quarto di secolo, ed in Crimea e nel Donbass da un paio d’anni? Sarà mica che la Russia è da sempre una potenza imperialista, che da sempre ha grossi problemi di aggressività nell’Europa settentrionale ed orientale e nel Caucaso? Forse bisognerebbe prima ammettere che il problema è al Cremlino (un secolo fa, al Palazzo d’Inverno), e che questo problema non sparisce certamente con atteggiamenti accomodanti e sottomessi. Dopo, si potrà parlare delle presunte minacce che circonderebbero la Russia.

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