lunedì , 24 settembre 2018
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Federica Mogherini e Donald Tusk © European Commission - 2015

Cosa (non) aspettarsi dal Consiglio Europeo della Difesa

È in un clima internazionale di profonda incertezza che, il 25 e 26 giugno, il Consiglio Europeo si incontrerà a Bruxelles per fare il punto sulla politica di difesa europea. Questo tema è rientrato attivamente nel dibattito a partire dal 2013 e nelle ultime settimane hanno fatto discutere le sorprendenti dichiarazioni del Presidente Jean Claude Juncker, secondo cui “un branco di polli sembra una formazione da combattimento se comparato alla politica di sicurezza e difesa comune dell’Unione Europea“.

Il fallimento della Strategia di sicurezza europea

Già il Consiglio europeo del 2013 avrebbe dovuto rilanciare la PESC e la PSDC, ma le conclusioni allora adottate si limitarono per lo più a individuare alcune aree sensibili di intervento, senza prevedere alcuna evoluzione istituzionale che fosse avallata da una concreta volontà politica dei leader europei. Eppure già allora era evidente che la politica estera europea stesse inanellando una serie di fallimenti sempre più lunga e imbarazzante, ben lungi dal creare quel “cerchio di Paesi ben governati ad est dell’Unione Europea e lungo il Mediterraneo, con cui possiamo intrattenere rapporti stretti e cooperativi“ auspicato nel 2003 con la Strategia europea in materia di sicurezza (ESS).

A distanza di dodici anni, il timido e selettivo appoggio alle primavere arabe ha mostrato i limiti di politiche estere nazionali contrastanti e prive di una qualsivoglia strategia di post-conflict management, che hanno cristallizzato conflitti come quelli libico e siriano e dato ossigeno a nuove minacce non-statali. Allo stesso tempo, la crisi ucraina ha riportato l’orologio della storia indietro di venticinque anni, con un nuovo confronto tra Occidente e Russia fatto di guerre per procura, propaganda, scaramucce aeree e sottomarine e finanziamenti all’uno o all’altro partito.

Un piano d’azione per una difesa integrata

In questo scenario, le politiche di difesa su base esclusivamente nazionale paiono sempre più obsolete, economicamente inefficienti e invise all’opinione pubblica: ragion per cui, pur non collimando gli interessi nazionali di ventotto Paesi, un maggiore grado di integrazione e chiarezza è indispensabile, innanzitutto a livello politico. Il Consiglio Europeo dovrebbe incaricare Federica Mogherini di redigere una nuova ESS che rifletta sulle mancanze degli ultimi anni e bilanci il rapporto tra PESC e PSDC, facendo dalla seconda uno strumento efficace in funzione del raggiungimento degli obiettivi della prima.

È necessario anche un ripensamento dei meccanismi di finanziamento e gestione. Il meccanismo di Atena, che copre ancora una fetta troppo sottile delle spese, andrebbe aggiornato e, parallelamente, il Consiglio dovrebbe prevedere la creazione di strutture permanenti per l’intero ciclo di gestione delle missioni e operazioni PSDC (un quartier generale europeo). Questi due elementi garantirebbero un dialogo più rapido tra gli Stati e tra politica e forze armate, rendendo anche più plausibile l’impiego di stand-by forces come i Gruppi Tattici europei.

L’implementazione di queste soluzioni richiederebbe anche un’estensione del mandato dell’Agenzia Europea di Difesa tale da poter radiografare le capacità europee e facilitare la cooperazione nelle aeree che presentano i maggiori gap, instaurando un dialogo con l’industria e i poli di ricerca europei. Qualora il Consiglio si impegnasse ad approvare un piano d’azione simile, gli Stati UE che sono anche membri della NATO potrebbero rappresentare quel “pilastro europeo” ipotizzato nel 1996 e partecipare con più efficacia anche all’obiettivo di difesa territoriale collettiva dell’Alleanza.

Il Consiglio deve assumersi la responsabilità delle proprie scelte

Se da un punto di vista giuridico il Trattato di Lisbona garantisce un ampio margine di manovra grazie al meccanismo di cooperazione strutturata permanente (articli 42 e 46 TUE), lo scoglio principale resta di natura politica: questo piano d’azione implicherebbe costi economici difficili da giustificare di fronte all’opinione pubblica, nonostante diverse proiezioni abbiano evidenziato ricadute economiche positive nel medio e lungo termine. Di fronte alla crescita della necessità strategica di una difesa comune, la volontà politica sta invece indebolendosi. Ma se non si vuole fare una difesa comune, che il Consiglio lo dichiari apertamente: limitarsi a ripetere i soliti proclami non farà che diminuire ulteriormente la credibilità e la fiducia nelle istituzioni.

L' Autore - Enrico Iacovizzi

Responsabile Difesa europea e NATO - Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà Roberto Ruffilli di Forlì con una tesi sull’evoluzione delle relazioni esterne dell’UE e sul suo ruolo come potenza civile globale, vivo e lavoro a Bruxelles. Appassionato di politica internazionale ed in particolare dell'evoluzione politica ed istituzionale della difesa comune europea.

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