domenica , 23 settembre 2018
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Evoluzioni e scenari della guerra civile siriana

di Gianluca Farsetti e Giuseppe Lettieri

Nelle scorse settimane il conflitto siriano è stato caratterizzato da continui cambiamenti nella composizione degli schieramenti in  campo e nella concreta evoluzione del conflitto. Per quanto riguarda i partecipanti al conflitto, è di pochi giorni l’intervento del leader di Al-Qaeda Ayman al-Zawahiri, che in un video di 22 minuti ha lanciato un chiaro messaggio contro il Presidente Bashar al-Assad. Al di là dalla retorica, il tentativo di al-Zawahiri è probabilmente mirato a richiamare tutti i combattenti sunniti al proprio dovere contro un governo sciita (ramo alauita) come quello del Presidente Assad, che governa un Paese a maggioranza sunnita. Uno degli aspetti peculiari del conflitto siriano è proprio questa netta divisione tra il fronte sciita e quello sunnita.

Da una parte abbiamo il Presidente siriano a capo della coalizione sciita composta da:

  • Hezbollah: partito e organizzazione paramilitare libanese.
  • Iran e Pasdaran iraniani: in Siria, stando a quanto riferito dal comandante Ali Jafari, è presente la Brigata Gerusalemme (o Forze Q’uods), cioè coloro che hanno il preciso compito di esportare la rivoluzione iraniana all’estero gestendo le operazioni oltre confine.
  • Milizie sciite irachene: secondo diverse agenzie, alcune milizie provenienti dall’Iraq avrebbero affiancato le truppe di Assad. Una delle conseguenze del ritiro americano dall’Iraq è stata anche quella di aver lasciato il Paese nelle mani degli sciiti, avvicinando pericolosamente l’ex regno di Saddam Hussein all’orbita iraniana. L’attuale Primo Ministro iracheno è lo sciita Nuri al-Maliki, mentre l’Iraq sembra diviso in tre macroaree: la zona nord del deserto di Kirkuk a maggioranza curda, i dintorni della capitale Bagdad a maggioranza sunnita e la fascia costiera con la città di Bassora a maggioranza sciita.
  • Russia e Cina: il ruolo delle due grandi potenze è molto particolare e di difficile decodificazione. Non è corretto etichettare i due membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite come sostenitori di Assad e del suo regime, ma non è nemmeno corretto affermare che siano allineati diversamente o neutrali rispetto ai due fronti. Il loro supporto sembra, sin dallo scoppio della guerra civile, propendere per il Presidente siriano.

Dall’altro lato della barricata, all’interno di un variegato pulviscolo di coalizioni e gruppi combattenti per la maggioranza sunniti, troviamo il Consiglio Nazionale Siriano (CNS), di recente formazione e con sede a Istanbul. Ad esso si aggiungono:

  • Il Qatar, ovvero l’unico Paese che ha volutamente aperto un’ambasciata presso il CNS sostituendola a quella presso la Siria di Assad. Il CNS è supportato anche da altri Paesi del Golfo, l’Arabia Saudita in primis, ma nessuno con la stessa convinzione, intensità e forza della dinastia al-Thani.
  • Gruppi terroristici tra cui spiccano Al-Qaeda, il Fronte Al-Nusra e un buon numero di combattenti internazionali provenienti da quello che potrebbe essere definito come il movimento del Jihad Globale. A questi si aggiungono membri della diaspora siriana e i salafiti, gruppi integralisti sunniti, come lo schieramento di Ahrar al-Sham (uomini liberi della grande Siria).
  • Stati Uniti d’America, Francia e Regno Unito le cui relazioni con il CNS, come nel caso di Mosca e Pechino, sono ancora in piena evoluzione. Da una parte troviamo un Barack Obama particolarmente cauto, dall’altra i governi francese e britannico che ancora non sono riusciti a convincere tutti i 27 Stati membri dell’UE a collaborare concretamente con i ribelli.

È difficile individuare quale sia le precisa posizione di un altro degli attori dell’area, Israele, che vede nel prolungarsi dell’attuale conflitto aspetti positivi, quantomeno nel breve periodo (Hezbollah pienamente impegnato in Siria), e possibili ripercussioni negative per gli anni a venire, come un maggior numero di organizzazioni terroristiche nell’area e una maggiore proliferazione e reperibilità di armamenti. I raid aerei israeliani compiuti agli inizi di maggio hanno sottolineato la volontà di Israele di agire solo secondo necessità e contingenza, lasciando un velo di incertezza sul suoi futuri passi.

Dal quadro appena descritto sembra che il conflitto continui a svilupparsi, nonostante le interferenze esterne (per quanto decisive sulle sorti dei combattimenti), su una frattura religiosa che attraversa tutta l’aera del Grande Medio Oriente, dall’Egitto fino all’Iran, vale a dire la secolare divisione all’interno dell’Islam tra sunnismo e sciismo.

Tralasciando le motivazioni storiche dell’ostilità, sin dal 680 d.C., anno della battaglia di Karbala e del definitivo scisma fra le due fazioni, l’Islam sunnita e quello sciita hanno convissuto, alternando momenti di pace a quelli di aperte ostilità, all’interno dei maggiori Stati dell’area mediorientale. Nonostante alcune salde roccaforti per entrambi gli schieramenti (Arabia Saudita per i sunniti e Iran per gli sciiti) e la netta predominanza numerica del sunnismo sin dai tempi del califfato omayyade, le fazioni hanno sempre cercato di contrastare le reciproche influenze soprattutto sui Paesi contesi. In particolare, lo sciismo, leggasi anche Iran, ha sempre cercato di acquistare una certa influenza su quei territori che erano parte dell’Impero Safavide (1500-1722), come l’attuale Iraq, e di supportare le popolazioni sciite spesso discriminate negli altri Stati arabi-musulmani su tutti Libano, Siria e Bahrein.

Composizione etnico-religiosa della Siria.

Per quanto sia erroneo affermare che questa divisione religiosa-culturale rappresenti la causa prima del conflitto siriano – motivazione politiche ed economiche accompagnano e si celano al di sotto della pure ambizioni religiose – di sicuro non può essere trascurata soprattutto se si vuole capire l’origine dei due schieramenti attorno al quale gravitano tutti gli altri attori in causa nella guerra civile siriana. La situazione del conflitto in Siria, che come detto ricalca almeno in parte questa divisione storica, è ancora incerta. Per comprendere quali possano essere gli sviluppi futuri e l’esito della guerra civile è quindi necessario analizzare almeno sommariamente la situazione sul campo di battaglia. A fini semplificativi, si può dividere il conflitto in due macroaree.

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3 comments

  1. Giuseppe Lettieri

    In primis, Michele grazie mille del commento 🙂
    Allora, concordo pienamente con te riguardo a l’ambiguità dell’azione USA-UE in merito alla questione siriana. Non si intravede, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, alcuna luce in merito alle reali ragioni del loro intervento e della loro discesa in campo. Le millantate motivazioni umanitare restano alla base dell’impegno politico ma a mio parere non sembrano affatto controbilanciare il rischio di una escalation islamista-quaedista.
    Sulla questione della armi chimiche, che l’America sia stata trascinata contro la sua volonta ad entrare nel conflitto, lo reputo abbastanza improbabile (le cosiddette red lines sono sempre state aggiustate e riformulate – vedasi l’Iran – in base alle necessità del momento). Inoltre, il velo di dubbi ed incertezze che riguardano il loro reale utilizzo, avrebbe lasciato una grande via di fuga ad un’America non interventista.
    Io e Gianluca, per quanto non l’abbiamo espresso esplicitamente nell’articolo, pensavamo più a un bilanciamento sull’asse Iran-Russia e Stati Uniti-Europa. In un ottica realistica, un Iran e una Russia verrebbero nettamente rafforzati dalla vittoria di Assad (concessioni c’erano già post-guerra civile ed è probabile che altrettante facciano seguito alla ipotetica vittoria del fronte alauita-sciita). Da tal scenario, se siamo di fronte ad un mondo le cui regole del gioco si basano sullo zero-sum assumption e sul security dilemma, non sembra così strano un intervento statunitense, soprattutto quando quest’ultimo sono ufficiosi alleati delle petromonarchie (non amo molto questo termine) del Golfo (vedasi un recente articolo del RUSI sugli accordi militari appena firmati con Qatar e EAU – http://www.rusi.org/publications/other/ref:N517AA8D59D1B3/ http://www.rusi.org/publications/occasionalpapers/ref:O51B7197CDC13F/).
    Romney, ridicolizzato quando parlo della Russia come principale avversario degli Stati Uniti, forse non aveva poi tutti i torti. Siamo ancora molto restii ad abbandonare queste dinamiche.

    P.s. non vorrei sparare una grossa cavolata, ma credo che sia anche molto importante analizzare la congiuntura economica e la questione del mercato degli armamenti. La guerra, giusta o sbagliata che sia, accresce il debito pubblico certo, ma alla stesso tempo da respiro all’industria e garantische posti di lavoro (soprattutto quando i budget degli eserciti nazionali subiscono grossi tagli). Non è sicuramente una causa principale del supporto, ma non è nemmeno dal sottovalutare.

    A mio parere sarebbe stato meglio un non intervento…lasciando che la guerra civile faccia il suo corso, per quanto cinica possa essere la cosa (http://www.foreignaffairs.com/articles/55210/edward-n-luttwak/give-war-a-chance)
    « La Rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. La Rivoluzione è un atto di violenza »
    (Mao Tse Tung)

  2. Michele Uberti

    Why do we support al-quaeda?

    Sul perchè l’Occidente supporti le fazioni anti-Assad (fianco a fianco con Al-Quaeda) non è dato sapersi. E puzza di deja vous. E’ palese che qualsivoglia sia l’esito della guerra civile siriana, l’instaurazione di una democrazia liberale filo-occidentale o di ispirazione islamico moderata è un miraggio visti gli attori sul campo. Peraltro in Siria non ci sono idrocarburi, quindi neanche machiavellicamente parlando si intravede una logica nella posizione occidentale. L’ipotetica vittoria di Assad non garantirebbe certo libertà o giustizia ai siriani, ma almeno pace e unità al paese e all’Occidente un unico interlocutore con cui confrontarsi qualora si bussi alla porta di Damasco. Al contrario la sua caduta aprirebbe la strada all’integralismo islamico e ad un altro failed state affacciato sul mare nostrum. In conclusione se l’intento è la destabilizzazione geopolitica di un’area, allora USA, GB e compagnia bella stanno centrando il target. Altrimenti è puro sadomasochismo.

    http://www.zerohedge.com/news/2013-06-17/ron-paul-obama%E2%80%99s-syria-policy-looks-lot-bush%E2%80%99s-iraq-policy

    Che ne pensi tu?

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