mercoledì , 21 novembre 2018
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Evoluzioni e scenari della guerra civile siriana

Nel centro-nord, la città di Qusayr, la prima che s’incontra sulla strada che da Beirut, capitale del Libano, porta ad Homs, in Siria, sembra ormai definitivamente riconquistata dalle forze leali ad Assad. A esclusione di Homs e Aleppo, quindi, che sono ancora oggetto di duri combattimenti, il governo siriano ha ripreso il controllo di tutte le città più importanti della Siria: Damasco, Qusayr, Palmyra (nel centro del Paese) e i due porti di Latakia e Tartus.

Per quanto riguarda la situazione al centro-sud, nonostante molti gruppi ribelli siano ancora a Damasco, la capitale sembra sotto il controllo del Presidente Assad. Recentemente, infatti, il regime siriano ha aumentato le proprie uscite pubbliche dando l’impressione di sentirsi sicuro, protetto da forze armate che non sembrano mostrare sintomi di ammutinamento o defezione. Ancora più a sud, lungo le alture del Golan, delicatissima zona al confine con Israele, è difficile capire chi effettivamente controlli il terreno.

Pur restando nel campo della probabilità e dell’incertezza, ci sembra opportuno concludere questa analisi delineando e lasciando aperte tre possibili evoluzioni dello scenario appena descritto. Una vittoria dei ribelli, vista positivamente da alcuni Paesi occidentali, porterebbe sicuramente alla distruzione del precedente regime, ma lascerebbe un immenso numero di incognite sul futuro assetto della Siria, nonché possibili (e forse probabili) rischi di una deriva islamista o quanto meno sulla scia del salafismo. Entrambe le ipotesi non porterebbero sicuramente al fiorire di una nuova democrazia mediorientale, né tantomeno alla tanto auspicata fine delle ostilità religiose. Quale destino avrebbero infatti i cristiani maroniti, rimasti fedeli sostenitori del regime di Assad sulla base del principio per cui “il nemico del mio nemico (in questo caso delle organizzazioni islamiste sunnite) è mio amico”?

Una vittoria totale di Assad potrebbe portare alla stabilizzazione del Paese (situazione ante-guerra con i cristiani maroniti dalla parte del regime) non senza l’epurazione delle fazioni ostili e un inasprimento delle misure di sicurezza, lasciando aperta la possibilità di una nuova guerra civile e rafforzando l’influenza dell’Iran nella fascia di territorio che attraversa Libano, Siria e Iraq.

Una situazione di compromesso potrebbe portare, secondo alcuni analisti, alla divisione della Siria in due Stati. Il Presidente Assad, nell’impossibilità di riconquistare tutto il Paese, potrebbe decidere di negoziarne la divisione. La questione sarebbe però complicata dalla presenza dei curdi siriani. A quel punto, infatti, anche loro si sentirebbero legittimati a richiedere un proprio Stato, provocando conseguenze imprevedibili su altri due attori che “ospitano” l’etnia curda, ovvero l’Iraq e la Turchia. Qualora si realizzasse questo terzo scenario di compromesso e spartizione, non sarebbe fantapolitica parlare di una possibile Guerra dei Trent’anni mediorientale, che potrebbe portare a un nuovo assetto (forse più stabile) di quelli nato dai vecchi confini coloniali.

In foto: componenti delle forze ribelli impegnati a pulire i loro AK-47. (Foto: VOA News su Wikicommons)

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3 comments

  1. Giuseppe Lettieri

    In primis, Michele grazie mille del commento 🙂
    Allora, concordo pienamente con te riguardo a l’ambiguità dell’azione USA-UE in merito alla questione siriana. Non si intravede, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, alcuna luce in merito alle reali ragioni del loro intervento e della loro discesa in campo. Le millantate motivazioni umanitare restano alla base dell’impegno politico ma a mio parere non sembrano affatto controbilanciare il rischio di una escalation islamista-quaedista.
    Sulla questione della armi chimiche, che l’America sia stata trascinata contro la sua volonta ad entrare nel conflitto, lo reputo abbastanza improbabile (le cosiddette red lines sono sempre state aggiustate e riformulate – vedasi l’Iran – in base alle necessità del momento). Inoltre, il velo di dubbi ed incertezze che riguardano il loro reale utilizzo, avrebbe lasciato una grande via di fuga ad un’America non interventista.
    Io e Gianluca, per quanto non l’abbiamo espresso esplicitamente nell’articolo, pensavamo più a un bilanciamento sull’asse Iran-Russia e Stati Uniti-Europa. In un ottica realistica, un Iran e una Russia verrebbero nettamente rafforzati dalla vittoria di Assad (concessioni c’erano già post-guerra civile ed è probabile che altrettante facciano seguito alla ipotetica vittoria del fronte alauita-sciita). Da tal scenario, se siamo di fronte ad un mondo le cui regole del gioco si basano sullo zero-sum assumption e sul security dilemma, non sembra così strano un intervento statunitense, soprattutto quando quest’ultimo sono ufficiosi alleati delle petromonarchie (non amo molto questo termine) del Golfo (vedasi un recente articolo del RUSI sugli accordi militari appena firmati con Qatar e EAU – http://www.rusi.org/publications/other/ref:N517AA8D59D1B3/ http://www.rusi.org/publications/occasionalpapers/ref:O51B7197CDC13F/).
    Romney, ridicolizzato quando parlo della Russia come principale avversario degli Stati Uniti, forse non aveva poi tutti i torti. Siamo ancora molto restii ad abbandonare queste dinamiche.

    P.s. non vorrei sparare una grossa cavolata, ma credo che sia anche molto importante analizzare la congiuntura economica e la questione del mercato degli armamenti. La guerra, giusta o sbagliata che sia, accresce il debito pubblico certo, ma alla stesso tempo da respiro all’industria e garantische posti di lavoro (soprattutto quando i budget degli eserciti nazionali subiscono grossi tagli). Non è sicuramente una causa principale del supporto, ma non è nemmeno dal sottovalutare.

    A mio parere sarebbe stato meglio un non intervento…lasciando che la guerra civile faccia il suo corso, per quanto cinica possa essere la cosa (http://www.foreignaffairs.com/articles/55210/edward-n-luttwak/give-war-a-chance)
    « La Rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. La Rivoluzione è un atto di violenza »
    (Mao Tse Tung)

  2. Michele Uberti

    Why do we support al-quaeda?

    Sul perchè l’Occidente supporti le fazioni anti-Assad (fianco a fianco con Al-Quaeda) non è dato sapersi. E puzza di deja vous. E’ palese che qualsivoglia sia l’esito della guerra civile siriana, l’instaurazione di una democrazia liberale filo-occidentale o di ispirazione islamico moderata è un miraggio visti gli attori sul campo. Peraltro in Siria non ci sono idrocarburi, quindi neanche machiavellicamente parlando si intravede una logica nella posizione occidentale. L’ipotetica vittoria di Assad non garantirebbe certo libertà o giustizia ai siriani, ma almeno pace e unità al paese e all’Occidente un unico interlocutore con cui confrontarsi qualora si bussi alla porta di Damasco. Al contrario la sua caduta aprirebbe la strada all’integralismo islamico e ad un altro failed state affacciato sul mare nostrum. In conclusione se l’intento è la destabilizzazione geopolitica di un’area, allora USA, GB e compagnia bella stanno centrando il target. Altrimenti è puro sadomasochismo.

    http://www.zerohedge.com/news/2013-06-17/ron-paul-obama%E2%80%99s-syria-policy-looks-lot-bush%E2%80%99s-iraq-policy

    Che ne pensi tu?

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