lunedì , 17 dicembre 2018
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Photo © Ali Tweel, 2012, www.flickr.com

Libia e ISIS: l’intervento armato si allontana

La notizia della conquista di Sirte da parte dell’ISIS ha riportato con veemenza la Libia al centro dell’attenzione dei media internazionali. Di fronte al collasso dello stato di diritto causato dalle due guerre civili del 2011 e 2014, il Paese è oggi diviso in due tra le forze lealiste ad al-Thani, in esilio in Cirenaica, e il governo di Fajr Libya a Tripoli, guidato da al-Hassi, vicino ai Fratelli Musulmani e sostenuto da numerose milizie irregolari. Tra queste due fazioni si inseriscono diverse forze, tra cui Ansar al Sharia, gruppo integralista con una forte presenza a Bengasi e nell’est della Tripolitania, e l’ISIS (cui Ansar al Sharia è affiliato).

L’UE si è già espressa in merito nel Consiglio Affari Esteri del 9 febbraio, condannando soluzioni militari e sostenendo il dialogo politico (patrocinato dal Rappresentante Speciale ONU Bernardino León) tra i rappresentanti di Tobruk e Tripoli, delle autorità locali e tribali ed eventualmente dei gruppi armati attivi nel Paese. In Italia si è sviluppata una sorta di isteria politica in cui il governo è inciampato malamente. I Ministri degli Esteri e della Difesa, Gentiloni e Pinotti, hanno avanzato l’ipotesi di un intervento militare ONU guidato dall’Italia, salvo poi essere smentiti dallo stesso Presidente del Consiglio Renzi, che ha preso le distanze dall’ipotesi, in favore di una mediazione che garantisca l’integrità territoriale e l’unità nazionale del Paese, e ipotizzando piuttosto un supporto alla ricostruzione.

In effetti l’intervento militare presenta numerose incognite e potrebbe arrecare più danni che benefici all’Italia. Analizzando il reale livello di minaccia procurato da ISIS in Libia, la situazione per l’Italia è in realtà pressoché immutata. Lo Stato Islamico è già stato ricacciato da Sirte e non dovrebbe disporre dei tanto temuti Scud, dato che, come fa notare il giornalista Pietro Batacchi, sono stati smantellati o distrutti tra il 2004 e il 2011. Inoltre, entrerebbero in gioco considerazioni di natura economica, dal momento che dietro le pressioni francesi per un intervento militare potrebbe celarsi il tentativo di redistribuzione dell’usufrutto delle risorse energetiche del Paese africano. Nel 2011 infatti, l’operazione Odissey Dawn non portò gli effetti desiderati da Sarkozy, riducendo, al contrario, gli afflussi di petrolio verso l’Europa.

Più vicina a Parigi è la posizione dell’Egitto, che ha già avviato una campagna di bombardamenti. L’Egitto è però tanto preoccupato del deteriorarsi della situazione in Libia quanto consapevole di non poter affrontarne da solo le conseguenze. Il Cairo ha fatto pressione sui Paesi arabi perché sostenessero un intervento militare in seno al Consiglio di Sicurezza ONU, ma nella riunione del 18 febbraio la bozza circolata nel palazzo di vetro non ne faceva alcuna menzione. L’Unione Africana sostiene piuttosto la soluzione diplomatica, così come diversi Paesi della Lega Araba, che hanno invece sostenuto la richiesta di rimozione dell’embargo alla vendita di armi alla Libia avanzata dal Ministro degli Esteri libico al Dairi.

In seno al Consiglio vi è poi l’incognita Putin, che può sfruttare l’instabilità del Mediterraneo almeno su due fronti: da un lato può vincolare il proprio appoggio a una risoluzione ONU all’ottenimento di determinate condizioni sul fronte ucraino; dall’altro può approfittare della Libia per rafforzare la propria presenza nel Mediterraneo, politica portata avanti sempre più palesemente.

La comunità internazionale propende dunque per una soluzione diplomatica e non intende fare della guerra civile un conflitto internazionale. Si tratta di una scelta cauta, con i suoi pro e contro. Da un lato, probabilmente non mostrerà i propri frutti nell’immediato: nonostante la convergenza su alcuni punti di principio, non è detto che nuove elezioni nazionali portino automaticamente a un governo stabile, al disarmo dei diversi gruppi e a una rapida operazione di contrasto alle reti terroristiche. Dall’altro, evita che interessi di parti terze si inseriscano nel conflitto civile per perseguire interessi di parte e mettendo a repentaglio gli sforzi per la stabilizzazione del Paese. Del resto, almeno parte della responsabilità del caos libico è imputabile proprio all’intervento occidentale del 2011 che, ostentatamente privo di quei principi su cui l’azione esterna europea dovrebbe fondarsi e di una strategia post-conflitto, si è fondato su interessi particolari (e di pochi) e su una fallimentare visione di brevissimo periodo.

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L' Autore - Enrico Iacovizzi

Responsabile Difesa europea e NATO - Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà Roberto Ruffilli di Forlì con una tesi sull’evoluzione delle relazioni esterne dell’UE e sul suo ruolo come potenza civile globale, vivo e lavoro a Bruxelles. Appassionato di politica internazionale ed in particolare dell'evoluzione politica ed istituzionale della difesa comune europea.

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