mercoledì , 21 novembre 2018
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© Defense Images

Terrorismo in Francia: perché l’articolo 42.7 non è sufficiente

Il Consiglio Affari Esteri di martedì scorso ha attivato, per la prima volta nella storia, l’articolo 42.7 del Trattato sull’Unione Europea, invocato da François Hollande dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre. Gli Stati membri hanno accettato di offire assistenza e supporto nei teatri operativi dove la Francia è attiva, senza avviare una nuova missione sotto l’ombrello PSDC, ma tramite il supporto bilaterale tra i singoli Paesi UE e la Francia.

La clausola di solidarietà

L’articolo in questione prevede che “se uno Stato membro è vittima di un aggressione armata sul suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso”: una definizione abbastanza flessibile da potersi applicare anche alle minacce asimmetriche del terrorismo. Tuttavia esiste un altro articolo nel diritto primario comunitario, l’articolo 222 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea che, sancendo la “clausola di solidarietà“, afferma che uno Stato membro che dovesse essere oggetto di attacco terroristico o di catastrofe naturale o antropogenica dovrebbe godere del supporto congiunto degli altri Stati membri.

Potrebbero essere due le motivazioni alla base dela scelta di Hollande di preferire tra i due l’articolo 42.7: innanzitutto perché l‘articolo 222 prevede che l’Unione mobiliti strumenti messi a disposizione degli Stati membri volti a “prevenire minacce terroristiche nel territorio degli Stati membri […] e ad assistere gli Stati membri nei loro territori […] in caso di attacchi terroristci.” In secondo luogo, tale mobilitazione deve avvenire attraverso una decisione nel Consiglio in seguito a una proposta dalla Commissione e dall’Alto Rappresentante. La dura reazione di Hollande, che ha affermato che “la Francia sarà spietata” e che “la repubblica distruggerà il terrorismo”, mal si adatta a questo articolo che, comprato con l’articolo 42.7, limita geograficamente la libertà di azione degli Stati membri e ne rallenta le capacità di reazione.

Un riflesso degli errori di politica interna e di inclusione

Tale scelta mostra però come l’attitudine francese -ed in larga misura europea- al terrorismo islamico radicale continui a focalizzarsi sulla sola dimensione estera del terrorismo, quando invece alcuni degli attentatori di Parigi, così come i fratelli Kouachi ed Amedy Coulibaly, responsabili degli attentati del gennaio scorso, erano cittadini europei, nati e cresciuti in Francia, Belgio. Come spiegato di recente dall’autore Kenan Malik sulle colonne del Guardian, sia l’approccio del multiculturalismo britannico che l’assimilazionismo francese hanno fallito nell’integrare gli immigrati anche di seconda e terza generazione nel tessuto sociale dello Stato. Di fronte al malcontento sfociato in violenza dei giovani figli di immigrati nordafricani, l’iniziale esaltazione delle differenze portata avanti dalla politica francese è stata obliterata da una generalizzata categorizzazione degli immigrati nordafricani nell’unica, ampia categoria dei “musulmani”, inclusiva anche di quei soggetti più secolarizzati, ma mai divenuti parte integrante del tessuto sociale. Di fronte a tale marginalizzazione che la politica francese non è stata in grado di evitare e invertire, la frustrazione ha spinto le frange più marginalizzate di quelle generazioni a cercare un senso di appartenenza e qualcuno da incolpare altrove: per alcuni si è trattato rispettivamente dell’ISIS – fondato su un’ideologia jihadista-salafita in (virtuale) costante espansione – e dello Stato di diritto occidentale -incapace di dare un’identità e un posto nella società a quella stessa generazione.

La reazione al terrorismo

In questo senso, l’aver invocato l’article 42.7 è sintomo del fatto che la Francia e l’Europa non forniranno una soluzione nuova e creativa in grado di debellare il radicalismo, eliminandone anche le cause di tale alienazione sociale, ma preferendo adottare una soluzione in parte dettata dell’emozione e, forse, anche in parte dettata dalla necessità di Hollande di fronteggiare una destra sulla cresta dell’onda in vista delle prossime elezioni del 2017; una soluzione rapida, ma dal risultato incerto; frammentaria anziché indirizzata verso una maggiore cooperazione di polizia; refrattaria a comprendere la natura multicasuale della radicalizzazione jihadista, le cui radici non sono solo insite nella ridefinizione dell’equilibrio di potenza tra gli stati mediorientali, ma anche nelle difficoltà della società occidentale di gestire il fenomeno del multiculturalismo; una soluzione che guarda all’estero per risolvere un problema che è sempre più di natura interna.

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L' Autore - Enrico Iacovizzi

Responsabile Difesa europea e NATO - Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà Roberto Ruffilli di Forlì con una tesi sull’evoluzione delle relazioni esterne dell’UE e sul suo ruolo come potenza civile globale, vivo e lavoro a Bruxelles. Appassionato di politica internazionale ed in particolare dell'evoluzione politica ed istituzionale della difesa comune europea.

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