martedì , 20 novembre 2018
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Photo @ mrgarethm, 2013, www.flickr.com

Zimbabwe: la Corte UE conferma le restrizioni

Nell’ambito del giudizio C-330/15 P (Johannes Tomana e altri c. Consiglio e Commissione), in data 28 luglio 2016, la Corte di Giustizia ha rigettato l’appello presentato da varie personalità dello Zimbabwe contro i provvedimenti della Commissione e del Consiglio aventi ad oggetto il congelamento dei fondi ed il divieto, per le stesse, di entrare o transitare nel territorio dell’Unione a causa del loro coinvolgimento in attività che minacciano i diritti umani e la rule of law dello Stato africano.

Il giudizio ha riaperto il dibattito riguardante le modalità di valutazione utilizzate dagli organi dell’UE per decidere se includere o meno persone fisiche e giuridiche sospettate di attività che violano i diritti umani (o legate, in altri casi, al terrorismo) nelle liste di soggetti sottoposti a misure restrittive personali o patrimoniali.

Zimbabwe e diritti umani

Il regime retto dall’ormai novantenne presidente Mugabe è stato nel tempo accusato di gravi violazioni dei diritti umani. In particolare, sono stati condannati atteggiamenti intimidatori nei confronti degli oppositori politici e della stampa indipendente, nonché leggi che limitano fortemente i diritti di riunione, associazione ed espressione.

All’inizio del nuovo millennio, l’Unione ha deciso di contrastare le violazioni dei diritti umani perpetrate da tale regime repressivo imponendo (Posizione Comune 2002/145/PESC) non solo un divieto sulla fornitura allo Zimbabwe di armamenti ed equipaggiamento che potesse essere utilizzato per la repressione interna, ma anche un divieto di entrata e transito nel territorio dell’UE ed il congelamento dei fondi contro persone fisiche – e persone giuridiche a queste ultime collegate – responsabili di tali violazioni. Negli anni successivi, la portata delle misure è stata più volte estesa.

Tomana e soci

In particolare, nel 2012, con Decisione 2012/97/CFSP, il congelamento dei fondi ed il divieto di entrata e transito sono stati estesi all’Avvocato Generale di Stato Johannes Tomana e ad altre 120 personalità e società, che hanno immediatamente richiesto la rimozione dei loro nomi dalla “lista nera” al Tribunale dell’Unione.

Tali soggetti hanno fondato il loro ricorso su cinque motivazioni, prima fra tutte l’assenza di un fondamento giuridico che permettesse di includere persone fisiche o giuridiche che non occupano posizioni di leadership della Repubblica dello Zimbabwe, né al leader sono affiliati, nella lista dei soggetti colpiti dalle misure restrittive. Le altre motivazioni sono il manifesto errore di valutazione della Commissione nell’inclusione nelle liste, la violazione dell’obbligo di motivazione del provvedimento e del diritto di difesa di tali soggetti ed il mancato rispetto del principio di proporzionalità.

Il 12 aprile 2015, il Tribunale ha rigettato la richiesta promossa dall’Avvocato Generale, sostenendo che il fondamento giuridico dell’imposizione di tali misure fosse corretto, che tale decisione fosse stata sufficientemente motivata e che la Commissione non avesse compiuto un palese errore di valutazione. Tomana e gli altri personaggi dello Zimbabwe colpiti da tali sanzioni si sono quindi appellati alla Corte di Giustizia.

La Corte UE

In risposta ai capi di appello dei ricorrenti, la Corte di Giustizia ha riconfermato la decisione del Tribunale. Considerando alcuni dei passi della sentenza, la Corte ha adottato la stessa visione del Tribunale per quanto riguarda la categorizzazione delle persone fisiche e giuridiche le cui attività violano i diritti fondamentali della popolazione dello Zimbabwe, considerando questi ultimi come una particolare categoria di “affiliati” al Governo a causa del supporto da loro fornito al regime.

La Corte ha inoltre rigettato l’appello contro il presunto errore di valutazione della Commissione, che aveva desunto la loro affiliazione al governo in base alla loro condotta e carriera passata, alla posizione professionale occupata ed alle relazioni con membri del regime. I giudici di Lussemburgo hanno sostenuto che una valutazione fondata sulle posizioni apicali ricoperte nel presente o nel passato all’interno dell’esercito o dell’amministrazione pubblica non discenda da mere presunzioni, a meno che i soggetti che hanno ricoperto tali funzioni si dissocino espressamente e tramite azioni specifiche dall’attività governativa.

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L' Autore - Sofia Roveta

Laureanda in Giurisprudenza all'Università degli Studi di Torino. Appassionata di Diritto dell'UE e Diritto Internazionale, un interesse coltivato anche tramite la partecipazione ad alcuni progetti di respiro internazionale quali una Moot Court in arbitrato commerciale internazionale ed un progetto di assistenza ai richiedenti asilo promosso dallo IUC di Torino. Interessata alla dimensione transnazionale ed alla comparazione di modelli giuridici, ho avuto ed ho la fortuna di svolgere periodi di studio all'estero fra Parigi e Londra. Appassionata di scrittura, e già redattrice di alcuni blog e testate, sono felice di collaborare con Europae

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