martedì , 18 dicembre 2018
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L’Emirato del Caucaso: il terrorismo islamico che spaventa la Russia

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“Le Olimpiadi di Soči saranno una danza sulle ossa dei nostri antenati, dei musulmani morti per la loro terra”. È questo l’anatema lanciato nel giugno 2013 da DokHamatovič, detto “Dokka”, Umarov contro i giochi invernali che dal 7 al 23 febbraio si terranno a Soči, città sul Mar Nero, nel Krasnodarskij Kraj, in Russia. Parole preoccupanti, perché provenienti dal leader della maggiore organizzazione terroristica della zona, l’Emirato del Caucaso, che rivendica la creazione di uno Stato islamico nel Caucaso settentrionale.

Il Caucaso del Nord - © Wikimedia Commons
Il Caucaso del Nord – © Wikimedia Commons

Un’organizzazione molto radicata: l’autorità di Umarov è riconosciuta da una buona parte dei gruppi terroristici locali legati al fondamentalismo islamico. Tra questi, dopo la risoluzione di alcune vicissitudini interne nel 2010, la Shariat Jamaat (principale organizzazione terrorista del Daghestan), la Inguš Jamaat (organizzazione terrorista dell’Inguscezia), la Jarmut Jamaat (organizzazione terrorista della Cabardino-Balcaria) e numerose altre cellule terroriste con base nel Caucaso russo (Ossezia del Nord, Karačaj-Circassia, Stavropol’skij Kraj e Krasnodarskij Kraj), ma pare anche in Azerbaijan.

La “giurisdizione” dell’Emirato si estende, quindi, su un territorio vastissimo ed eterogeneo, sia dal punto di vista etnico che religioso. Varia è infatti la composizione etnica: si va dall’omogeneità della Cecenia (soprattutto dopo la guerra) e dell’Inguscezia, abitate quasi interamente da ceceni ed ingusci (popoli con radici comuni, chiamato dei Vainakh), all’eterogeneità del Daghestan, dove convivono almeno 12 etnie, e delle altre repubbliche. Non c’è neanche uniformità dal punto di vista religioso: Cecenia, Daghestan e Inguscezia sono infatti quasi interamente musulmane, mentre in Cabardino Balcaria e nel Karačaj-Circassia i musulmani sono rispettivamente il 55 e 48% e nel Krasnodarskij Kraj (dove si trova Soči), sono appena l’1%. Anche l’Ossezia è prevalentemente ortodossa.

L'Emirato del Caucaso - © ArnoldPlaton
L’Emirato del Caucaso – © ArnoldPlaton

Umarov è riuscito però a creare un’organizzazione terroristica – che nel nome si ispira all’Imamato del Caucaso, entità che nell’800, guidata dall’Imam Šamil’, resistette ai russi -, strutturata territorialmente in vilayet, province, e gerarchicamente con dei naib (vice-emiri) dipendenti da Umarov, un braccio armato (Fronte del Caucaso), un organo consultivo (Majlis al Shura, formato proprio da 9 naib) e un Tribunale Supremo della shari’a, presieduto da un qadi. L’Emirato, definito un’organizzazione terrorista non solo dalla Russia, ma anche da Stati Uniti, che hanno posto una taglia su Umarov, e Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che lo ha inserito tra i gruppi strettamente legati ad al-Qaeda, è riuscito a dare un filo conduttore alle azioni terroriste dei gruppi locali, cui è in un modo o nell’altro legata la maggior parte dei recenti attentati, inclusi probabilmente quelli di Volgograd. 

L’ascesa di Dokka Umarov e del suo “panislamismo caucasico” è legata essenzialmente a due fattori: da una parte il crescente fascino che il fondamentalismo islamico esercita su alcune frange della popolazione locale, soprattutto sui giovani, dall’altra le vicende storiche della sua terra d’origine, la Cecenia, e della secessionista Repubblica cecena dIčkeria. Durante la prima guerra cecena (1994-96) infatti, iniziata come una guerra di secessione senza particolari motivazioni religiose (se non quelle dettate dalla volontà di esasperare le differenze tra russi-ortodossi e ceceni-musulmani), il leader separatista Džohar Dudaev e il mufti da lui nominato, Ahmad Kadyrov, chiamò i musulmani al jihad contro Mosca. In nome di questa chiamata, arrivarono in Cecenia numerosi guerriglieri dall’estero.

Tra questi anche il saudita Ibn al-Khattab (già reduce da combattimenti in Afghanistan e Balcani), che unitosi ad uno dei signori della guerra locali, il salafita Šamil’ Basaev, fondò la Brigata Islamica Internazionale. La guerriglia cecena, sostenuta dalle milizie islamiche, riuscì a respingere l’offensiva di Mosca e la guerra si concluse con l’accordo di Hasavjurt nel 1997 e con l’elezione di Aslan Mashadov (leader dopo la morte di Dudaev) alla presidenza della Repubblica cecena di Ičkeria. Mashadov non riuscì tuttavia a mantenere più di tanto il controllo del Paese, dove continuarono a spadroneggiare i signori della guerra, soprattutto quelli legati a Basaev e Ibn al-Khattab, che lo spinsero anche ad introdurre la shari’a.

Il ruolo di Basaev e Ibn al-Khattab fu fondamentale anche nel provocare la seconda guerra cecena, allorquando tentarono di intervenire con la Brigata Islamica in Daghestan. Decisione fallimentare (i guerriglieri furono respinti) che però portò Putin alla decisione di re-invadere la Cecenia, stavolta con successo. La capitale Groznyj fu pressoché rasa al suolo e Ahmad Kadyrov (l’ex guida religiosa che, probabilmente preoccupato per la deriva islamista, assunse posizioni filo-russe) divenne con l’appoggio di Mosca prima governatore della Cecenia e poi Presidente.

Il governo separatista della Repubblica di Ičkeria (Mashadov quindi, ma anche Basaev) fu invece costretto a fuggire sulle montagne, da cui guiderà la guerriglia, che comincerà ad agire anche al di fuori della Cecenia (stragi e rapimenti del teatro Dubrovka, della metropolitana di Mosca, di Beslan, Nal’čik, Nazran’ ed altri). Nel 2006 alla guida dei separatisti ceceni arrivò proprio Dokka Umarov, che nel 2007 darà luogo ad un’altra svolta, elevandosi da leader della secessionista Repubblica cecena di Ičkeria ad Emiro del Caucaso. Decisione costatagli l’appoggio di parte degli indipendentisti ceceni, che lo hanno accusato di aver tradito la causa dell’indipendentismo ceceno in nome del panislamismo caucasico. 

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L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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