18comix

L’unione bancaria: spezzare il circolo vizioso tra banche e debito sovrano

Tra il dire e il fare c’è di mezzo… la Germania. E Cipro

Le indicazioni fornite dalla Commissione furono incluse nelle conclusioni del Consiglio Europeo del 13-14 dicembre 2012, frutto di una lunga ed estenuante trattativa che aveva avuto origine nei mesi precedenti. Ne fu protagonista la Germania, apparsa restia ad accettare un tale trasferimento di sovranità all’Eurotower per almeno due ordini di ragioni. L’assegnazione alla BCE di nuovi compiti di sorveglianza avrebbe infatti minato, secondo Berlino, la capacità di svolgere con indipendenza il ruolo primario assegnatole dallo Statuto, ossia il controllo della stabilità dei prezzi nell’eurozona. Malgrado la previsione di una rigida separazione del personale impiegato nei compiti di vigilanza, la Germania ha sciolto le riserve solo al Consiglio ECOFIN del 19 aprile 2013, rinunciando alla proposta di modifica dei trattati avanzata in marzo e liberando il cammino dell’unione bancaria da uno scomodo ingombro politico.

Inoltre, già prima della pubblicazione del piano per l’unione bancaria, il Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble si era mostrato scettico sulla possibilità che la BCE potesse vigilare su tutti i 6.000 istituti europei, invitando la Commissione ad affidare al controllo del nuovo supervisore le 200 banche che da sole controllavano il 90% degli asset europei. La mossa nascondeva la preoccupazione di Berlino, diventata nel corso dei mesi sempre più chiara, per l’eventuale perdita di controllo sulle Landesbanken, le banche regionali, e sulle Sparkassen, le casse di risparmio locali. Si tratta di un universo di oltre 400 istituti di risparmio, di cui oltre 100 con asset inferiori al miliardo di euro, strettamente radicati nel sistema economico e politico tedesco, che pure, come rivela il Financial Times, conta per il 38% dei prestiti e il 37% dei depositi in Germania, una quota del sistema finanziario tedesco complessivamente pari a quella di Deutsche Bank. Questa rilevanza economica, sommata ai 250 miliardi di euro di esposizioni a rischio delle banche dei Landes – come stima Moody’s – spiega le pressioni operate da Angela Merkel in sede di negoziati. Il compromesso venne raggiunto sulla base del rinvio al marzo 2014 della piena operatività del nuovo strumento di vigilanza, che fino a quel momento sarebbe rimasto riservato alle banche sistemiche.

I mesi a venire hanno però dimostrato l’impossibilità di porre un discrimine fra gli istituti in grado di portare una minaccia vitale al sistema europeo e quelli, per così dire, innocui. Se il salvataggio della Grecia, che pure valeva poco più dell’1% del PIL europeo, non era bastato a dimostrare l’irrevocabile interconnessione fra le economie europee, è stata la crisi del sistema bancario di Cipro a ricordare all’Unione Europea la necessità di un sistema di controllo unico su tutti gli istituti bancari.

Bank of Cyprus e Laiki, i due principali istituti di credito ciprioti, sono state tra le prime vittime dell’haircut sul debito pubblico greco, accolto come un terremoto in un sistema bancario giunto a valere l’800% del PIL del Paese. I 10 miliardi di euro che il governo cipriota ha dovuto richiedere all’Unione Europea, pari al 55% del PIL nazionale, ma a poco meno dello 0,1% di quello europeo, hanno gettato in confusione l’Eurogruppo. Sorpresi dall’esplosione di un focolaio che pure avrebbe potuto essere gestito con i controlli preventivi proposti dal progetto di unione bancaria, nel corso delle trattative per il salvataggio di Cipro i Ministri delle Finanze dell’area euro hanno quasi violato il tetto dei 100.000 euro, al di sotto del quale la legislazione europea garantisce i depositi bancari, avvallando in un primo tempo un programma di prelievi forzosi del 6,5% anche a carico dei piccoli risparmiatori.

Mosse per una maggiore legittimazione

Tra i principi ispiratori alla base delle proposte della Commissione, uno era parso inderogabile: evitare che fossero i contribuenti a pagare per gli errori dei manager e per le lacune del sistema di vigilanza. La soluzione del prelievo forzoso, evitata per la ferma reazione del parlamento di Cipro, avrebbe violato non solo questo principio, ma gli stessi principi legislativi dell’Unione Europea. Il metodo, moto discutibile, era già stato messo in atto in Olanda proprio da Jeroen Dijsselbloem, attuale presidente dell’Eurogruppo, autore di un taglio del valore nominale di azioni e obbligazioni per recuperare circa un miliardo dei 3,7 necessari a salvare la banca SNS Reeal.

Le resistenze nel portare gli istituti minori sotto la sorveglianza della BCE evidenziano poi un vulnus significativo alla legittimità democratica che i presidenti di Consiglio Europeo, Commissione e BCE avevano inserito come quarto pilastro nel documento del giugno 2012. Appurato che size does not matter, ovvero che non è l’aspetto quantitativo a determinare il rischio di contagio, è assolutamente centrale impedire che le casse di risparmio finiscano coinvolte in bolle speculative. A fare da monito, rimane vivo il caso delle cajas spagnole intrappolate nella bolla immobiliare già dal 2009.

L’Unione Europea ha comunque colto l’occasione per fare passi avanti verso un sistema bancario più responsabile e trasparente: il 27 marzo il Consiglio dell’UE ha approvato una serie di riforme che andranno a confluire nella direttiva CRD IV che regola i requisiti minimi di capitale. Entro la fine del 2014 le banche dovranno tenere a garanzia un fondo pari all’8% del patrimonio, mentre i bonus ai manager non potranno superare in valore gli stipendi. Si tratta di un pacchetto che, già a novembre, aveva ottenuto il benestare del Parlamento Europeo.

Forse mai come oggi l’UE dispone di strumenti e volontà, raccolti in termini inaspettatamente rapidi, per rompere il circolo vizioso tra banche e debiti sovrani alla base della sua crisi finanziaria. Eppure, come dimostrano le dinamiche politiche generatesi intorno al varo dell’unione bancaria, gli ostacoli per un efficace completamento del progetto risiedono, una volta ancora, soprattutto nelle esitazioni e nelle forti divisioni tra gli Stati membri.

Scarica il focus in PDF

Print Friendly, PDF & Email

L' Autore - Antonio Scarazzini

Direttore - Analista nella società di Public Affairs Cattaneo Zanetto & Co., ho frequentato un Master in European Political and Administrative Studies al Collège d'Europe di Bruges dopo la laurea a Torino in Studi Europei Dopo uno stage presso Camera di Commercio di Torino e una collaborazione di ricerca con la Fondazione Rosselli, ho collaborato dal 2014 con la Compagnia di San Paolo per lo sviluppo del programma International Affairs. Dirigo con orgoglio la redazione di Europae sin dalla sua nascita.

Check Also

Addio al bicameralismo perfetto: Camere alte e basse in Europa

Il vento di cambiamento di cui si è fatto portatore il premier Matteo Renzi non …