lunedì , 24 settembre 2018
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Photo ©Dennis Jarvis, 2013, www.flickr.com

Albania, università: la riforma contestata

Da quasi un anno in Albania continuano incessanti le proteste di studenti e professori contro la riforma delle università portata avanti dal governo Rama. Una riforma che ha le sue radici nel vecchio governo Berisha, che nel 2005 inaugurò una campagna per aumentare il numero di iscritti all’università ed avvicinare il proprio Paese agli standard dei Paesi sviluppati.

Il governo Berisha, la Commissione Gjoncaj

In Albania, però, le università erano poche e, siccome la domanda aumentava velocemente, proliferarono nuove università private. Queste ultime spesso offrivano (e offrono ancora oggi) una scarsa qualità didattica e non erano (e non sono) pochi i casi di corruzione e compravendita di titoli di studio. Una di queste università, salita alla ribalta anche in Italia, è la Kristal University, presso la quale Renzo Bossi conseguì il titolo di laurea triennale in gestione d’impresa senza aver mai messo piede in Albania. La campagna del governo Berisha aumentò quindi la quantità delle università, a scapito però della qualità.

Per porre rimedio, nel 2014, l’attuale governo nel 2014 ha assegnato alla commissione Gjoncaj il compito di stendere un rapporto sulla situazione delle facoltà. Il panorama descritto è risultato preoccupante. L’Albania conta 59 università, di cui 44 private (alcune con meno di un centinaio di studenti), solo 15 pubbliche e più di 600 corsi di laurea. I posti nelle università pubbliche sono limitati e gli studenti vengono selezionati attraverso un complicato calcolo che sembra quasi voler scoraggiare gli aspiranti dal presentare domanda. In molti si iscrivono così a scuole private, malgrado la loro scarsa qualità.

Una volta pubblicati i risultati il governo Rama ha deciso di agire immediatamente e così, prima che la riforma prendesse forma, ha diviso le università considerate problematiche in tre gruppi. Il primo gruppo formato dalle università autorizzate a proseguire la didattica, ma sotto monitoraggio di commissari ministeriali. Il secondo gruppo formato dalle università che hanno dovuto sospendere immediatamente ogni attività per due anni, necessari per aggiornarsi ai nuovi standard. Infine le università del terzo gruppo (18 private e 6 pubbliche) che hanno dovuto chiudere definitivamente.

I problemi per gli studenti

Nonostante la misura fosse necessaria, i problemi per gli studenti che seguivano corsi negli atenei sospesi o chiusi sono stati rilevanti. Gli stessi sono infatti stati trasferiti presso altre università, ma hanno dovuto pagare una tassa per convalidare gli esami sostenuti precedentemente (per gli studenti di medicina si superavano i 1000 euro). Naturalmente si è scatenata una prima ondata di proteste, culminate con uno sciopero della fame portato avanti da alcuni studenti e con l’occupazione di diverse aule. Nonostante ciò, il ministro dell’istruzione Lindita Nikolla è stata irremovibile: la tassa andava pagata.

Nel frattempo sono continuati i lavori per il testo della riforma e il primo aprile il testo è stato approvato in Consiglio dei Ministri. Il governo ha presentato gli obiettivi, riassumendoli in alcuni punti chiave: più ricerca e maggiore qualità didattica, interconnessione fra mondo del lavoro e università, ripartizione dei finanziamenti statali secondo la qualità degli istituti e una graduale ristrutturazione del sistema universitario che vedrà quasi scomparire le differenze fra scuole private e pubblicheÈ proprio l’ultimo punto a creare perplessità soprattutto fra gli studenti i quali criticano duramente i media locali accusati di non riportare le loro obiezioni per non inimicarsi il governo.

Le proteste sulla rete

La maggior parte della propaganda contro la riforma, le informazioni sulle future manifestazioni o semplici scambi di idee avvengono infatti sulla rete. Una delle associazioni studentesche più attive nella protesta, Për Universitetin, ha utilizzato Facebook per denunciare la riforma, sostenendo che porterà alla commercializzazione delle università: “Il nuovo sistema per finanziare le università permetterà l’accesso ai fondi pubblici anche alle scuole private, che operano solo per profitto. Si avrà un progressivo aumento delle tasse nelle università pubbliche, costrette a competere con le più facoltose università private. Infine, la riforma non risolve il problema della scarsa autonomia dalla politica, anzi. Il potere decisionale degli studenti sarà poi ancor più ridotto: il loro peso verrà dimezzato dal 20% al 10% durante le votazioni”

Dubbi fondati. Se la riforma non verrà modificata il rischio è che certo, il sistema sia qualitativamente uniformato, ma al ribasso. Non sono poi ancora chiari i metodi di valutazione degli atenei meritevoli o meno e quindi di ripartizione dei fondi statali.

L' Autore - Sarah Camilla Rege

Responsabile Allargamento - Laureata in Relazioni Internazionali presso l'Alma Mater Studiorum di Bologna. Da sempre affascinata dai Balcani, dopo un periodo di tirocinio con AIESEC a Novi Sad (Serbia) ho ultimato la tesi di laurea magistrale riguardante il mondo delle Organizzazioni Non Governative e la società civile in Serbia. Nel 2012 ho frequentato la summer school "Integrating Europe through Human Rights" presso la Higher School of Economics di Mosca.

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