martedì , 19 giugno 2018
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Conferenza di Parigi
Un incontro fra Barack Obama e Xi Jinping © U.S. Embassy The Hague

Conferenza di Parigi sul clima: la politica al centro

Inizia oggi a Parigi la Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico (30/11 – 11/12), un appuntamento cruciale, fortemente atteso da anni, ma scosso dai recenti attacchi terroristici nella capitale francese. Dietro imponenti apparati di sicurezza, si cela però la principale speranza per un accordo multilaterale per la riduzione delle emissioni di gas serra, in modo da mantenere sotto i 2 gradi Celsius l’aumento delle temperature globali rispetto all’epoca pre-industriale. Un obiettivo molto difficile da raggiungere, non solo per le difficoltà tecniche innegabili, ma anche perché negli ultimi anni un accordo politico è sempre risultato elusivo.

Il precedente di Copenaghen

L’ultima grande conferenza sul clima si è svolta a Copenaghen nel 2009 e fu un completo fallimento: il mancato accordo fra Paesi sviluppati (principalmente gli Stati Uniti) e i Paesi in via di sviluppo (Cina e BRICS) portò allo stallo delle trattative e al mancato accordo su obiettivi credibili di riduzione delle emissioni. L’atmosfera del vertice fu tesa, con il Presidente Obama impegnato a ‘inseguire’ gli altri leader mondiali e la Cina che assunse un atteggiamento particolarmente duro.

Dopo sei anni, la questione politica sul tavolo è ancora la stessa: i Paesi meno sviluppati contestano i livelli di inquinamento attuali all’area del mondo che si è sviluppata prima, senza alcuna attenzione per l’ambiente. Oggi, sebbene economie come quella cinese e, in misura crescente, indiana producano una quota considerevole delle emissioni globali, i governi non vogliono mettere a rischio il loro sviluppo, ponendo un freno alle pratiche inquinanti, senza alcuna contropartita in termini di sostegno finanziario e accompagnamento in questa difficile transizione.

Ci sono stati comunque dei passi avanti: è stato assunto l’impegno di concludere un accordo vincolante legalmente alla Conferenza di Parigi e più di 170 Paesi, equivalenti a circa il 95% delle emissioni di gas serra mondiali, hanno presentato prima dell’inizio dei lavori le loro intended nationally determined contributions (INDCs), ossia i piani nazionali di taglio delle emissioni e di passaggio a un’economia a bassa intensità di carbonio, quindi meno dipendente dai combustibili fossili. Tutti i principali attori globali (Stati Uniti, Cina, UE, India, altri BRICS) hanno presentato il loro programma.

L’accordo Cina – Stati Uniti prima della Conferenza di Parigi

Al centro delle speranze per un accordo si trova sicuramente l’intesa fra Barack Obama e il Presidente cinese Xi Jinping. L’accordo fra le due economie responsabili del 40% delle emissioni, i cui governi erano alla guida dei due schieramenti in contrasto a Copenaghen, prevede l’impegno reciproco verso un’economia più sostenibile, almeno sulla carta. Il Clean Power Plan presentato dalla Casa Bianca ad agosto prevede, fra le varie proposte, una riduzione delle emissioni del settore energetico del 32% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2030 e un sostanziale intervento federale nel caso gli Stati dovessero decidere di non implementare il programma: eventualità più che concreta in un anno elettorale e con molti governatori Repubblicani sul piede di guerra.

In Cina, invece, il governo si è impegnato a fare in modo che le emissioni raggiungano il loro picco “intorno” al 2030, tramite una riduzione delle emissioni per unità di PIL del 60-65% rispetto ai livelli del 2005. Sarà data priorità agli investimenti nelle energie rinnovabili e sarà portato avanti un vasto programma per far tornare a crescere le aree boschive. Il cambio di rotta cinese riflette le crescenti pressioni interne contro il disastro ambientale in vaste aree del Paese, ma anche la promessa dei Paesi sviluppati di stanziare 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020 per i Paesi in via di sviluppo che si impegneranno nella lotta al surriscaldamento globale.

E l’UE?

L’Europa si fregia di ricoprire un ruolo di guida, proponendo un piano fra i più ambiziosi: una riduzione del 40% delle emissioni europee entro il 2030, ma rispetto ai livelli del 1990 (più bassi di quelli del 2005 scelti dagli altri Stati). La diplomazia francese, ospite della Conferenza, è stata molto attiva nell’avvicinamento delle parti, ma ora le priorità politiche di Hollande potrebbero essere altre.

Alla Conferenza di Parigi si dovrà trovare innanzitutto un accordo politico: l’UE potrà giocare un utile ruolo di mediazione, proponendo il proprio esempio virtuoso, ma l’impressione è che i giochi saranno ancora una volta decisi da altri. E c’è chi già dice che qualsiasi risultato, su queste basi, non salverà il Pianeta da un aumento delle temperature inferiore ai 2 gradi.

L' Autore - Luca Barana

Vicedirettore e Responsabile Istituzioni e Affari Generali – Conseguita la laurea triennale in Scienze Politiche, ho scoperto un vivo interesse per la politica internazionale. Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi sulle Relazioni esterne dell’UE, incentrata sul contributo alla cooperazione allo sviluppo delle relazioni interregionali con l’Africa. Appassionato di giornalismo, ricopro il ruolo di vicedirettore di Europae.

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