mercoledì , 19 dicembre 2018
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South Stream: in Bulgaria solo uno stop momentaneo

“Risponde alle aspirazioni europee, diversifica l’approvvigionamento”, “Auspichiamo un’accelerazione nella sua costruzione”. Oppure, “Non è considerato prioritario dall’UE”, “Diversifica solo il percorso, non la fonte del gas”. L’argomento, in tutti e quattro le frasi, è il gasdotto South Stream. Le prime due però sono state pronunciate, rispettivamente, da Gerhard Roiss (GM di OMV, compagnia energetica austriaca) e Viktor Orban, Primo Ministro ungherese. Le altre dai Commissari Oettinger e Mimica, ad aprile e giugno.

Da una parte, quindi, i Paesi che dovrebbero essere attraversati dal South Stream (Austria, Bulgaria, Croazia, Grecia, Serbia, Slovenia e Ungheria), che hanno già firmato accordi con Gazprom per la costruzione del gasdotto, dall’altra la Commissione Europea, che pure si era offerta di mediare per rivederli. Posizioni divergenti, emblema della classica spaccatura che attraversa l’UE, tra istituzioni ed approccio sovranazionale (la Commissione) e Stati membri, che aspirano a mantenere le loro prerogative. Approcci diversi che normalmente trovano il loro punto di incontro in un minimo comune denominatore, una scelta (solitamente timida e di compromesso) che non scontenta nessuno. In altri casi no, come per il South Stream: si scontrano.

La timidezza della Commissione è dovuta in primis a motivazioni giuridiche. Gli accordi violano infatti l’unbundling (il produttore non può essere anche distributore, Gazprom invece lo sarebbe). C’è poi l’aspirazione ad utilizzare le discussioni per fini politici, cercando di influenzare le scelte russe. Evidente in tal senso la decisione della Commissione di rinviare le discussioni “a causa della condotta in Ucraina”.

Gli Stati, invece, vogliono accelerare il progetto. Volontà egoistica? Forse, ma con una scusante: l’assenza di alternative. Il South Stream dovrebbe infatti portare verso l’UE 63 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Le “alternative” TAP e TANAP (gas azero) ottimisticamente potrebbero portarne 10 e 23 miliardi, insufficienti per sostituire il fornitore russo. L’idea del gas dal Qatar, attraverso la Siria, è stata frenata dalla crisi siriana e dall’aumento dell’export verso oriente. Ci sarebbe l’Algeria, ma cambierebbe poco visto il ruolo di Gazprom nel Paese. Ci sarebbe Eastmed, ma il quando e l’entità sono interrogativi per ora senza risposta. Ci sono poi le motivazioni economiche, per esempio di Italia, Germania e Francia, le cui compagnie energetiche di bandiera sono fortemente coinvolte nel progetto (Eni 20%, Whintershall e Edf 15% ciascuna).

Le contraddizioni relative al South Stream hanno portato anche alla caduta di un governo, in Bulgaria. L’esecutivo di minoranza BSP-DPS (sostegno esterno di Ataka) puntava infatti a proseguire i lavori legati al South Stream, ma ha subito imponenti pressioni dalla Commissione (che ha minacciato una procedura di infrazione), irritata dall’aggiramento dell’unbundling tramite la semplice ridenominazione di un tratto (da “interconnettore” era diventato “gasdotto di mare”) e dall’affidamento diretto dei lavori di costruzione alla Stroytranzgas, in barba alle normative europee sugli appalti. L’affidamento aveva provocato tra l’altro anche le proteste degli Stati Uniti, in quanto Stroytranzgas è di Gennady Timchenko, oligarca russo bersaglio di sanzioni americane per la crisi ucraina. In seguito a queste pressioni, ai primi di giugno, DPS ha revocato l’appoggio al governo, costringendo il premier Oresharski a disporre lo stop dei lavori legati al South Stream ed a dimettersi.

Non sarà però lo stop bulgaro a fermare il progetto. Il nuovo governo si troverà infatti di fronte ad una scelta obbligata. L’alternativa bulgara al South Stream sarebbe infatti un raccordo al TANAP, che però necessiterebbe di ingenti investimenti. Finanziati da chi? Gazprom e acquirenti avrebbero poi già il piano B: aggirare la Bulgaria transitando attraverso la Tracia turca, la Turchia sembrerebbe fortemente interessata.

Il progetto non è stato rallentato neanche dalla crisi ucraina, anzi. Se per logica doveva raffreddare i rapporti con Mosca e quindi rallentare il progetto, la crisi ha invece spinto i Paesi UE a ritenerlo ancor più necessario. Con ulteriori contraddizioni, come le dichiarazioni di fiducia verso le nuove istituzioni ucraine accompagnate poi dal maggiore supporto ad un progetto che aggira il territorio ucraino e la sua instabilità. C’è stato un momento in cui addirittura anche l’annessione russa della Crimea sembrava un passo in chiave South Stream: attraversando la penisola, infatti, si ridurrebbe il tratto offshore nel Mar Nero, con notevole risparmio dei costi di costruzione (sei miliardi?).

Un’opzione smentita, per ora. Restano le contraddizioni. Contraddizioni che dal punto di vista energetico potrebbero trovare una soluzione solo nella proposta di Donald Tusk, una politica energetica europea. Per capire le possibili soluzioni alla crisi ucraina appuntamento, invece, ai prossimi proclami.

Photo: © vicki watkins, 2008, www.flickr.com

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L' Autore - Mauro Loi

Responsabile pubblicazioni - Ho conseguito nel 2007 la Laurea Magistrale in Scienze Strategiche (indirizzo Economico) con una tesi sul processo di ricostruzione dell'Afghanistan. Scrivo soprattutto di Balcani e Caucaso.

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