martedì , 18 dicembre 2018
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A Bruxelles scoppia la protesta dei migranti

Nessun uomo è illegale. Lo si è sentito ripetere in molte lingue da migranti, rifugiati, richiedenti asilo, sans papiers (i «senza documenti») e attivisti che accompagnavano il percorso della #March4Freedom.

Iniziata il 18 maggio a Kehl, con l’attraversamento del Ponte dell’Europa attraverso il Reno, che congiunge la cittadina tedesca alla francese Strasburgo, la marcia si è conclusa il 20 giugno a Bruxelles. Percorrere a piedi i 500 chilometri che separano le due sedi del Parlamento Europeo aveva certo una fortissima valenza simbolica. Tutt’altro che simbolico, invece, date le prescrizioni del c.d. regolamento Dublino II, l’attraversamento del confine tra Germania e Francia. In base a tale regolamento, il cui intento è evitare fenomeni di «asylum shopping», i migranti non-residenti devono rimanere nello Stato membro di arrivo fino all’evasione della loro pratica di asilo.

Uno dei problemi del «sistema di Dublino» è che questo – come l’Italia ha fatto più volte notare agli altri Stati membri dell’Unione – pone una pressione eccessiva sui Paesi di confine, spesso non in grado di offrire sostegno e protezioni ai richiedenti asilo. Se la situazione italiana è tutt’altro che ottimale, quella della Grecia è ancor più indegna: sia il Consiglio Europeo per i Rifugiati e gli Esuli (ECRE), che l’Alta Commissione delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) hanno criticato senza mezzi termini il sistema di asilo greco, in particolare per quanto riguarda i minori non accompagnati, quasi abbandonati a loro stessi.

Mentre il Consiglio Europeo era riunito a Bruxelles e l’attenzione dei media si concentrava sul toto-nomine per la Presidenza della Commissione, gli organizzatori della «Marcia per la libertà» hanno tenuto gli eventi conclusivi di una settimana di azioni nella capitale europea, vero e proprio «summit della dignità» dei migranti e dei rifugiati «contro il summit europeo». «Libertà di movimento, libertà di residenza, documenti per tutti» recitava lo striscione che apriva il corteo del 26 giugno. A seguirlo profughi siriani, rifugiati dell’Africa centrale e del Maghreb: centinaia di persone, snodatesi nel centro di Bruxelles in un clima di lotta e rivendicazioni.

Il corteo si è infine fermato, trattenuto dagli sbarramenti delle forze di polizia belghe, di fronte alla sede del Servizio Europeo per l’Azione Esterna (EEAS), a poche centinaia di metri dai palazzi del Consiglio e della Commissione. Mentre al megafono s’avvicendava chi portava la propria testimonianza personale e politica, alcuni attivisti hanno tratteggiato sul selciato le sagome di corpi umani, corredate dalla scritta «Frontex kills». L’agenzia europea di controllo delle frontiere esterne è infatti oggetto delle critiche più feroci dei manifestanti, accusata di disdegnare le convenzioni internazionali sui diritti umani ed essere ben poco trasparente circa lo svolgersi delle sue operazioni e le responsabilità legali degli Stati membri.

I sans papiers hanno ripetuto la loro richiesta al Consiglio Europeo di elaborare una nuova agenda sull’immigrazione, in collaborazione con i movimenti e le associazioni che li rappresentano. Tra i punti di quest’agenda: la fine dello sfruttamento delle risorse naturali nei Paesi d’origine e del «business della guerra»; libertà di movimento e residenza per i richiedenti asilo e il superamento delle «trappole legislative» del sistema di Dublino; la fine degli arresti e dei rimpatri; uguali diritti politici, sociali e culturali, il diritto a studiare e a lavorare in Europa; documenti permanenti concessi senza condizioni; l’abolizione delle politiche repressive contro i migranti, cause della fuga in clandestinità e delle morti nel Mediterraneo. Chiedono, ai cittadini che temono «l’orda», di partecipare anch’essi al sogno europeo di libertà, dignità, giustizia e solidarietà.

Migranti e rifugiati ritengono l’Europa responsabile di molti dei mali della loro terra d’origine, a causa del suo passato coloniale e del suo presente all’insegna «dell’incoerenza». L’Europa «con una mano finanzia le organizzazioni internazionali e gli aiuti allo sviluppo, mentre con l’altra prosegue il commercio di armi» con le fazioni paramilitari che si scontrano nei numerosi focolai di guerra civile dell’Africa.

«Le merci passano, gli uomini no. Perché avete paura di noi? Siamo disarmati! Le nostre armi sono la nostra voce, la nostra volontà», le ultime parole pronunciate al megafono all’indirizzo dei Capi di Stato e di governo europei. Risposta: non pervenuta.

(Foto: Für Grund- und Menschenrechte auf die Strasse – www.facebook.com, 2014) 

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L' Autore - Sebastiano Putoto

Laureando magistrale tra Italia e Germania in International Business and Economics, con specializzazione in Macroeconomia. Nato e maturato a Bruxelles, emigrato presso le Università di Pavia, Tolosa e Tubinga, mantiene il suo campo base in territorio belga-fiammingo. E’ co-fondatore di TRAM:E (Teoria, Riflessione, Azione, Movimento: Europa). Poca dimestichezza con i confini, nazionali e individuali. Poliglotta.

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