mercoledì , 19 dicembre 2018
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Terrorismo, le ragioni per non sospendere Schengen

In questi giorni di tensione per gli avvenimenti che hanno colpito la Francia, l’Europa si interroga sulle sue responsabilità nella lotta al terrorismo internazionale. Poco prima della marcia solidale di domenica scorsa a Parigi, si sono riuniti esponenti dei governi di alcuni Paesi europei per delineare le priorità per far fronte alla minaccia terrorista e fermare il reclutamento dei foreign fighters.

Tra i temi caldi che sono stati affrontati spicca quello relativo agli Accordi di Schengen, una questione in poco tempo divenuta il centro del dibattito politico europeo. Il Ministro dell’Interno francese, Bernard Cazeneuve, ha infatti chiesto la revisione degli accordi e a lui si è unito il Ministro spagnolo Jorge Diaz, auspicandone la sospensione o un loro ridimensionamento. È immaginabile il ripristino di controlli alle frontiere interne? Potrebbe essere davvero questa una soluzione al terrorismo? Non la pensa così il Ministro dell’Interno italiano Angelino Alfano, che ha invece affermato che Schengen rappresenta una conquista di libertà all’interno dell’UE.

Le provocazioni sono forti e toccano uno strumento storico per il diritto alla libera circolazione dei cittadini europei. Gli Accordi di Schengen nascono nel 1985 nel segno di una cooperazione rafforzata tra pochi Stati, fra i quali proprio la Francia, che fu uno dei Paesi promotori. Nel 1990 seguì la stipula della Convenzione di applicazione e l’adesione di quasi tutti gli Stati europei. Ad oggi, il sistema Schengen coinvolge circa 22 Stati membri, oltre a Islanda, Norvegia, Svizzera e Lichtenstein. Il Regno Unito e l’Irlanda vi aderiscono solo parzialmente, usufruendo della clausola di opt-out, mentre Bulgaria, Romania, Croazia e Cipro devono ancora darne piena attuazione.

Gli obiettivi di Schengen sono una frontiera europea unica verso l’esterno, l’abolizione delle barriere interne tra gli Stati, norme comuni in materia di visti, diritto d’asilo, procedure di accesso allo spazio comune. Sono previsti inoltre meccanismi di collaborazione tra le forze di polizia per contrastare l’immigrazione clandestina e rafforzare la sicurezza interna: il Sistema Informativo Schengen (SIS e SIS II) e il Sistema Informazione Visti (VIS).

Più che alla sospensione o revisione degli accordi, sarebbe più opportuno pensare a come adeguarli alle nuove esigenze, rafforzando gli strumenti di controllo delle frontiere esterne e di collaborazione tra gli Stati. In passato l’UE si è impegnata in questa direzione: la direttiva 2004/82/CE, c.d. direttiva API (Advanced Passenger Information) prevede l’obbligo per i vettori aerei di raccogliere e di trasmettere alle autorità di frontiera europee i dati relativi ai loro passeggeri. Tuttavia tale strumento non è idoneo alla lotta al terrorismo: è stato infatti pensato per l’immigrazione clandestina e riguarda i meri dati anagrafici del passeggero (nome, nascita, cittadinanza, numero di passaporto), utili solo per individuare persone già segnalate come sospette.

È invece ancora fermo il progetto presentato al Parlamento Europeo dalla Commissione nel 2011 per una direttiva sulla trasmissione tra Stati dei dati PNR (Passenger Name Record, EU PNR): si tratta di informazioni più invasive, che riguardano l’itinerario del passeggero, l’emissione del biglietto, recapiti, agenti di viaggio, modalità di pagamento, informazioni sul bagaglio. Questi dati permettono di individuare soggetti prima non sospettati, grazie anche a controlli incrociati: sono strumenti di intelligence criminale e di lotta al terrorismo.

Gli eurodeputati non sono però riusciti per ora ad arrivare ad un accordo sulla direttiva: le divisioni riguardano la tutela della privacy e la possibilità o meno di prevedere lo scambio di tali informazioni tra le autorità europee solo per voli che provengono dall’esterno e anche per voli interni all’Unione. Probabilmente gli ultimi avvenimenti porteranno ad un’accelerazione dei lavori su questa direttiva.

Il tema della sicurezza dunque divide gli Stati europei, proprio quando sarebbero auspicabili una posizione comune e una strategia condivisa. È necessario agire per una maggiore cooperazione tra Stati e non alimentare divisioni: la paura non può far arretrare il diritto europeo. Il dibattito assumerà carattere più tecnico e le posizioni verranno chiarite nel corso dei prossimi incontri tra i vertici europei e soprattutto in vista del summit internazionale sulla sicurezza che si terrà il 18 febbraio a Washington.

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L' Autore - Elisabetta Sartor

Studentessa all’ultimo anno di giurisprudenza all’Università di Udine. Vorrei raccontare l’impegno europeo per una maggiore tutela dei diritti, soprattutto degli ultimi. Scrivere mi dona felicità, è un modo per conoscere se stessi e la realtà multiforme e imprevedibile che ci circonda.

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