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Italia, la manovra e il chicken game

Il classico esempio della teoria dei giochi, il “chicken game”, prevede che a vincere in una partita di nervi a due sia colui che evita per ultimo il baratro, facendo fare all’altro giocatore la figura del “pollo”, per aver ceduto per primo. Tra Bruxelles e Roma in queste settimane va in scena un “chicken game” rivisitato, dove nessuno dei due ha intenzione di cedere e la posta in gioco per i cittadini italiani sono i crediti erogati dalle banche, i tassi dei mutui, la loro vita economica.

Il gioco al rialzo

Questa partita al rialzo che l’Italia gioca in Europa può avere molti effetti negativi, e il fatto che l’Eurozona viva una crisi profonda, prigioniera di dogmi e senza un barlume di politica economica, non giustifica le azioni di Roma. Il governo italiano non ha intenzione di rivedere radicalmente la legge di bilancio che prevede un rapporto deficit/Pil del 2,4% (Bruxelles stima il 2,9%), e ciò lo colloca in una chiara posizione di violazione dei vincoli europei, da ultimo il Six Pack, il quale prevede che i Paesi membri riducano la spesa in periodi di crescita economica – come quello che l’Italia vive ora, sebbene minima – così che siano in grado di aumentare la spesa in condizioni economiche recessive, tecnicamente in “output gap” negativo.

Il governo italiano punta a sforare i parametri decisi di comune accordo a Bruxelles. Le critiche alla governance dell’Eurozona non sono nuove, uno tra i primi a sfidare il rigorismo teutonico fu il Ministro delle finanze greco Varoufakis, non a caso a lungo studioso della teoria dei giochi. Perse, ma era al timone di una Grecia debole e resta agli storici di quest’Europa malandata analizzare le differenze in ragioni e stile tra l’orgoglioso ministro greco e l’odierno governo italiano. Oggi Roma rappresenta un giocatore molto più duro a cedere nel braccio di ferro con Bruxelles, ma a farsi male per primi potrebbero essere gli italiani, per due principali motivi.

L’Italia è sola.

Primo, l’Italia nell’Eurozona è sola, abbandonata dai paesi sovranisti dell’Est e con un trend di crescita economica divergente dai cosiddetti Pigs, paesi ex vittime della Troika ma ora sulla strada di un lento consolidamento. Ne è un esempio il Portogallo, dove un governo tra i più progressisti d’Europa ha seguito alla lettera i dettami della Troika, risanando il bilancio pubblico.

Lisbona nel corso degli anni ha potuto coniugare rigore nelle finanze con oculata spesa pubblica (finanziata anche grazie all’arrivo degli investitori esteri), lavorando sulla riduzione delle diseguaglianze sociali, grazie a tassi di crescita sostenuti, ridotta spesa per interessi sul debito e soprattutto una congiuntura economica internazionale favorevole. Al contrario, l’Italia punta ad una maggiore spesa finanziata quasi esclusivamente con il deficit (con futuro aumento del debito pubblico), e con una situazione economica internazionale caratterizzata da una crescita al rallentatore e dall’ombra di guerre commerciali.

I mercati, lo spread.

Secondo, non è la procedura di infrazione il vero problema che disturberà i sonni del Ministro Tria, bensì i mercati finanziari e la loro fiducia nei confronti del governo italiano. Infatti, la procedura di infrazione della Commissione ha tempi lunghi, e in caso di correzioni future della manovra le sanzioni, oggi inevitabili, potrebbero affievolirsi. L’effetto sui mercati, invece, rischia di essere immediato. Lo si è notato con lo spread che viaggia intorno a quota 300 punti base e che divora risorse altrimenti destinabili ai cittadini italiani.

Il problema dell’Italia non è solo il suo debito, elevato oltre misura, ma la sostenibilità di quest’ultimo. Una situazione di scarsa crescita che si prolunga da anni fa sì che chiedere soldi a prestito ai mercati al Tesoro costi tanto, troppo. Una spesa per interessi che non lascia che briciole per quale che sia politica economica.

L’altro fronte, forse ancor più grave, su cui l’Italia è scoperta, è quello bancario. Gli istituti di credito nostrani sono in ritardo nello smaltimento dei crediti deteriorati ed hanno in portafoglio una quantità troppo elevata di titoli di stato italiani. Con uno spread Btp-bund a 300 punti sbarazzarsi di questi titoli (conditio sine qua non per procedere nel percorso di Unione bancaria) diviene sempre più complicato, col risultato che le banche riducono l’erogazione di credito, e quel poco che concedono avrà un interesse più alto.

A ciò si aggiunge la prossima (sebbene posticipata a dopo dicembre) fine del QE, operazione monetaria espansiva della Bce che ha mantenuto i tassi di interesse dei titoli di stato virtualmente bassi dal 2015. La fine del QE toglierà le briglie allo spread, e a determinare il tutto sarà la fiducia dei mercati verso l’Italia. Roma gioca a poker contro il banco. Con l’aggravante di essere sola, e di non poter scappare una volta mostrate le carte. Quando perderà, se perderà, perché il suo gioco è un bluff, oltre il tavolo verde ad aspettarla ci sarà solo una nuova stagione di austerità.

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L' Autore - Luca Orfanò

Laureato magistrale in Economics all’Università di Torino nel 2016 con una tesi sugli effetti economico-politici dei flussi migratori. Europeista convinto e appassionato di relazioni internazionali e di Medio Oriente. Ha conseguito il Master in Diplomacy in ISPI. Fondatore di un blog di economia internazionale nel 2012. Dopo un’esperienza lavorativa in ambito finanziario, torna a focalizzarsi sulla politica internazionale collaborando a Rivista Europae.

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