giovedì , 19 luglio 2018
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Libia: gli accordi e l’appello di Amnesty International

Di recente, Amnesty International ha lanciato un appello affinché si prenda posizione contro le violenze subite dai richiedenti asilo e dai migranti irregolari nei campi di detenzione libici. Per inquadrare il problema, è necessario partire dal “Memorandum d’Intesa” che l’Italia ha firmato con le autorità libiche (che però non hanno il pieno controllo del territorio) nel febbraio 2017. Nel preambolo dell’accordo si legge che il suo scopo è contrastare l’immigrazione illegale ed il traffico di esseri umani, oltre che quello di sorvegliare le frontiere esterne dei contraenti.

Le misure dell’accordo

Tra le misure prese per ridurre l’afflusso di migranti clandestini che passano per la Libia, vi sono sia i pattugliamenti in mare che la creazione di campi di accoglienza per chi è diretto in Europa senza averne titolo, istituiti nello Stato libico e posti sotto il diretto controllo delle autorità libiche. Le persone portate nei centri dovrebbero restarvi solo fino a quando non sono rimpatriate verso i luoghi d’origine, o volontariamente vi fanno ritorno. L’Italia, dal canto suo, è tenuta a fornire supporto tecnico e tecnologico alla guardia di frontiera e alla guardia costiera libiche per migliorarne le attività di verifica.

Tuttavia, le attività di monitoraggio delle frontiere e di riconduzione in Libia dei migranti irregolari sono degenerate nel corso del tempo, sfociando in gravi violazioni dei diritti fondamentali: si pensi alla vendita di esseri umani come schiavi, denunciata dalla CNN, o ai pestaggi e alle torture consumatisi in quelli che ormai sono divenuti dei veri e propri campi di prigionia.

L’Alto Commissario

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Zeid Ra’ad Al Hussein, ha reso nel 2017 una dichiarazione in cui ha esortato il governo libico ad intervenire, predisponendo misure che fermino le violenze:

“Auspico che il Governo stabilisca, in Libia, delle alternative alla detenzione, al fine di fermare la pratica della detenzione arbitraria e assicurare la perseguibilità di chi compie abusi contro i migranti nei centri di detenzione”.

Zeid Ra’ad Al Hussein si è rivolto anche all’Unione Europea e all’Italia:

“L’UE e l’Italia stano garantendo assistenza alla Guardia Costiera libica, affinché intercetti I barconi dei migranti nel Mediterraneo, nelle acque libiche ma anche in quelle internazionali,  malgrado la preoccupazione delle associazioni umanitarie che questo possa condannare i migranti a detenzioni arbitrarie e indefinite ed esporli a torture, violenze, lavori forzati, sfruttamento ed estorsione. Quelli detenuti potrebbero non avere la possibilità di contestare l’illegalità della loro detenzione e non avere accesso all’assitenza legale”.

Le preoccupazioni

Infine, l’Alto Commissario ha ricordato i rilievi degli osservatori ONU in visita ad alcuni luoghi del DCIM (Directorate for Combatting Illegal Migration) libico. Tra le altre cose, gli inviati avevano visto migliaia di persone rinchiuse in hangar, molte delle quali erano già state vittime di traffico di esseri umani, tortura, violenza sessuale, sfruttamento, lavori forzati. I prigionieri avevano raccontato allo staff delle Nazioni Unite di essere stati tenuti ammassati gli uni sugli altri, senza ricevere né cure mediche né rifornimenti di cibo, e di aver subito costantemente percosse.

La soluzione trovata finora consiste nei cosiddetti corridoi umanitari, ossia una forma di collaborazione tra il governo italiano e le autorità libiche, su iniziativa dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (e in cui intervengono enti quali la Conferenza episcopale italiana e la Caritas): il fine è quello di consentire a gruppi di richiedenti asilo considerati vulnerabili di lasciare la Libia e dirigersi nel territorio italiano.

Ad oggi, però, questo sistema ha concesso di mettere in salvo soltanto una frazione minima del totale dei migranti imprigionati nei centri del DCIM. I corridoi non costituiscono che un primo passo, a cui far seguire soluzioni più ampie negoziate in sede internazionale.

L' Autore - Roberta Bendinelli

Laureata con lode in giurisprudenza all'Università di Sassari, ho conseguito un LL.M. in diritto dell'Unione europea all'Université Libre de Bruxelles, con "grande distinction", specializzandomi in diritto europeo dell'immigrazione. Ho lavorato a Madrid, in Lussemburgo e a Bruxelles, ed attualmente sto scrivendo una tesi di dottorato in diritto europeo.

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