mercoledì , 26 settembre 2018
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© txmx 2 - Flickr

Turchia, il “sultano” Erdogan verso il voto più importante

Quelle che si terranno il 24 giugno 2018 in Turchia sono state definite da Nuray Mert, editorialista del noto giornale “Hurriyet”, come le elezioni finali, vale a dire le elezioni che sanciranno “un definitivo cambio di regime dalla vecchia alla nuova Turchia”.

Ankara ha imboccato ormai da più di due anni la via che porta a un rafforzamento sempre più evidente e capillare del dispositivo di potere centrato su Erdogan: il colpo di stato fallito del luglio 2016 – che secondo i sostenitori di Erdogan sarebbe stato il frutto di un complotto ordito dai seguaci di Fetullah Gulen (il chierico residente negli Stati Uniti, che prima ha appoggiato la scalata al potere di Erdogan e successivamente ne è divenuto il nemico numero uno) – ha provocato un’ondata di arresti senza precedenti tra funzionari pubblici, giornalisti, avvocati e anche all’interno delle forze armate. Va ricordato che, proprio dall’estate 2016, la Turchia vive in un perenne stato d’emergenza – giustificato anche dalla guerra che Ankara sta combattendo contro i curdi sul fronte siriano, un conflitto che ha già provocato decine di morti tra le fila dell’esercito turco.

La feroce repressione, duramente condannata a parole dalle cancellerie europee ma nei fatti tollerata per ragioni di realpolitik, è sfociata poi nella campagna referendaria dell’aprile 2017, la quale ha provocato una fortissima tensione nel Paese e ha dato un esito quanto mai equilibrato: Erdogan ha vinto la consultazione con il 51,4% grazie al sostegno storico dell’Anatolia, ma è stato sconfitto in tutte le città principali, a partire da Istanbul, Smirne e Ankara.

Il presidente-sultano, come prevedibile, ha visto questa vittoria dimezzata come un calice amaro da bere e la decisione di convocare le elezioni anticipate è dipesa da una valutazione elementare, vale a dire che “bisogna battere il ferro finchè è caldo”. Erdogan, cioè, teme di poter perdere ulteriormente consensi e, quindi, l’accorpamento delle elezioni presidenziali e legislative il 24 giugno prossimo rappresenta una scommessa ardita da parte di un uomo che non ha mai mostrato debolezze e tentennamenti.

Solitamente l’economia riveste una notevole importanza nella priorità di scelta degli elettori e, se tale assunto fosse vero, Recep Tayyip Erdogan avrebbe di che preoccuparsi, poiché negli ultimi giorni la lira turca ha fatto registrare nuovi minimi in rapporto all’euro e l’inflazione sta galoppando a ritmi ritenuti preoccupanti da alcuni analisti. Tuttavia, non è l’economia, ma l’ideologia, il vero asset su cui il sultano gioca le sue carte.

Se dovesse vincere tanto le presidenziali quanto le legislative (probabilissimo il primo scenario, meno probabile il secondo, come vedremo), Erdogan sarebbe il capo indiscusso di una Turchia forse definitivamente libera dall’eredità materiale e morale di Kemal Ataturk, il fondatore della Turchia laica e secolarizzata che pose fine all’epoca dell’Impero Ottomano – un obiettivo lungamente agognato dai conservatori e dagli islamisti.

La “nuova era” sarebbe tutta all’insegna del Corano, della Mezzaluna e dell’accentramento del potere nelle mani di una persona; uno scenario che porrebbe Erdogan in una posizione di autocrazia simile – se non più smaccata, dato che Putin non ha mai eseguito delle “purghe” come quelle viste in Turchia dopo il fallito colpo di Stato – a quella che si può registrare in Russia.

Proprio l’alleanza con Putin, un patto molto controverso e che si è arricchito ora della presenza dell’Iran (Iran, Russia e Turchia sono i vincitori de facto del conflitto siriano), è uno dei punti su cui il governo turco è più in rotta di collisione con Washington. Seppur, difatti, i rapporti personali tra Trump ed Erdogan siano più che cortesi, Ankara non può dimenticare il supporto finanziario e militare che gli Usa forniscono alle milizie curde che in Siria si battono tanto contro Assad quanto contro l’esercito turco.

Stretto in un imbuto geopolitico non facile, il sultano si giocherà tutto il 24 giugno, consapevole che i suoi oppositori (per la prima volta) hanno trovato un accordo: il Chp (lo storico partito kemalista), il Partito della Felicità, i Democratici e il neonato movimento “Il Buon Partito” (una scissione dei nazionalisti dell’Mhp, ormai sempre più nell’orbita di Erdogan) hanno siglato un patto per correre assieme alle elezioni legislative, predisponendo così le basi (almeno stando ai sondaggi) per ottenere uno sbarramento di fuoco che possa seriamente ostacolare la coalizione di fatto tra l’Akp di Erdogan e i nazionalisti dell’Mhp. Alle presidenziali, invece, ognuno correrà per sé, anche se l’obiettivo dichiarato delle opposizioni è di trascinare Erdogan al ballottaggio e di costringerlo, di conseguenza, a una sorta di rivincita del referendum costituzionale di cui si è detto prima.

Mosca, Washington e tutte le cancellerie europee sono alla finestra, in attesa di capire se la Turchia all’ultimo morderà il freno, fermando il treno in corsa della “democratura” di Erdogan, o se invece l’esito delle urne battezzerà quella nuova Turchia che molti già cominciano a sognare (o a detestare) sotto il marchio di un sultano che sembra non temere nulla.

L' Autore - Giacomo Giglio

Laureato magistrale in Economia Internazionale, fin da giovanissima età ho avuto grande passione per la politica e l'economia. Critico con la visione classica dell'economia, mi occupo spesso di temi inerenti la crisi finanziaria e i travagli della zona Euro dopo lo scoppio della crisi 2008-09

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