lunedì , 24 settembre 2018
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Brexit
Il Primo Ministro Cameron con il Presidente della Commissione Juncker © European Commission, 2015

Brexit: Cameron alla prova della crisi greca

L’Unione Europea vive la minaccia della possibile uscita di due membri: Grecia e Gran Bretagna. Diverse le motivazioni, diverso il peso dei Paesi, diverse le modalità con cui si potrebbe giungere a questo risultato. A collegare l’ipotesi di Grexit a quella di una Brexit è un filo non così sottile che passa attraverso i fondi per salvare Atene e la crescente insofferenza britannica per regole e norme europee.

Cameron negozia per evitare la Brexit

Il successo elettorale dello scorso maggio ha garantito a David Cameron di poter finalmente governare con un esecutivo monocolore. Uno dei primi effetti di questa svolta è stata l’accelerazione nelle trattative con Bruxelles sulla rinegoziazione delle condizioni della membership britannica nell’UE. Cameron aveva infatti promesso che in caso di vittoria alle elezioni avrebbe lanciato un referendum sulla permanenza di Londra nell’Unione entro il 2017, dopo aver rinegoziato con Bruxelles.

Ora il governo Cameron sembra intenzionato a rendere più rapida la transizione: sarebbe quindi volontà del Primo Ministro indire il referendum già nel 2016. Dal punto di vista della politica interna, Cameron intende valorizzare il capitale politico in suo possesso, senza far trascorrere troppo tempo dalla decisa investitura popolare ricevuta poche settimane fa. La posizione di Cameron oggi è forte non solo nei confronti delle opposizioni, ma anche delle frange più euroscettiche del Partito Conservatore. Rinegoziare in fretta con l’UE e sorprendere gli scettici interni con una consultazione rapida: questo il piano del Primo Ministro.

Fondi britannici per la Grecia?

La caotica risoluzione, almeno temporanea, della nuova crisi greca ha però complicato i piani di Cameron. La Gran Bretagna è storicamente insofferente nei confronti della regolamentazione dell’UE, ritenuta eccessiva ed invadente, e verso la libera circolazione delle persone all’interno dell’Unione, che ha portato al fenomento denunciato da molti euroscettici come “turismo del welfare”: l’immigrazione di cittadini dell’Europa orientale per sfruttare oltremodo il generoso Stato sociale britannico. Cameron aveva fatto proprie queste rimostranze e le aveva poste sul tavolo dei propri partner europei, ricevendo una tiepida accoglienza. Già su queste basi, l’accordo sarebbe stato complesso: la vicenda greca lo rende ancora più difficile.

Il nodo del contendere riguarda il contributo al salvataggio della Grecia delle risorse versate dalla Gran Bretagna nel fondo salva-Stati EFSF, a partire dal prestito ponte garantito ad Atene per pagare i debiti immediati. Il Tesoro britannico ha annunciato il 16 luglio di aver stretto un accordo vincolante con le autorità europee, in modo da evitare l’utilizzo di questi fondi e “proteggere il denaro dei contribuenti”. Un accordo la cui validità si dovrebbe estendere all’eventuale bail-out della Grecia e a futuri salvataggi di altri Paesi UE. L’intesa è giunta dopo che fonti della Commissione avevano invece affermato che Londra era legalmente tenuta a partecipare al salvataggio, soprattutto in riferimento ai prestiti a breve termine in attesa del nuovo bail-out.

La Grexit favorirebbe la Brexit?

Ostacolo superato, dunque? Non proprio. Se anche la crisi greca dovesse risolversi, le nuove condizioni di austerità imposte ad Atene hanno iniziato a creare dubbi nell’ala sinistra del Labour, che, sebbene oggi in gravi difficoltà, è sempre rimasta su posizioni favorevoli alla permanenza nell’UE. Dato che gli altri Stati europei, Germania in testa, non sembrano ansiosi di assecondare le richieste di Cameron e riaprire i Trattati, il Primo Ministro dovrà presentare all’elettorato un accordo che con ogni probabilità non sarà così ambizioso. A quel punto, il risultato referendario, con un Cameron a favore della permanenza affiancato dagli euroscettici nel suo partito e dello UKIP da una parte e da un Labour diviso dall’altra, sarebbe sempre meno scontato.

Se poi si avverasse l’eventualità peggiore, ossia l’uscita della Grecia dall’eurozona e poi magari dall’UE, la situazione britannica sarebbe ancora più difficile da decifrare. L’elettorato voterebbe davvero a favore della permanenza in un club intrusivo, ma che non riesce nemmeno a restare integro? A Berlino, quando si riflette a voce troppo alta di Grexit, bisognerebbe pensare anche a cosa sarebbe l’Europa senza Londra.

L' Autore - Luca Barana

Vicedirettore e Responsabile Istituzioni e Affari Generali – Conseguita la laurea triennale in Scienze Politiche, ho scoperto un vivo interesse per la politica internazionale. Laureato magistrale in Studi Europei con una tesi sulle Relazioni esterne dell’UE, incentrata sul contributo alla cooperazione allo sviluppo delle relazioni interregionali con l’Africa. Appassionato di giornalismo, ricopro il ruolo di vicedirettore di Europae.

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