mercoledì , 21 novembre 2018
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Brexit
Il Parlamento di Westminster © Luca Barana. 2016

Brexit: la sentenza dell’Alta Corte spiegata bene

Il 23 giugno 2016 il popolo britannico è stato chiamato alle urne per decidere della permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea. Una permanenza che ha visto spesso il Paese tirarsi indietro nel processo di integrazione comunitaria, come nel caso dell’esercizio dell’opting out rispetto alla normativa di Schengen o alla disciplina economica e monetaria. Lo stesso premier David Cameron si è dimostrato incapace di assumere una posizione decisa rispetto alla scelta del “leave” e ha dapprima condiviso le ragioni dall’abbandono per poi parteggiare fortemente per il “remain” al momento del voto. Un atteggiamento ondivago che l’ha condotto alle dimissioni quando, con il 51,9% dei voti, i britannici euroscettici hanno prevalso e scelto di uscire dall’UE.

L’Articolo 50

Al di là delle ripercussioni che una simile decisione potrà avere, nel lungo termine, sugli equilibri politici ed economici dell’Europa, si è posto un problema in merito alla procedura interna di formalizzazione dell’uscita. L’art 50 del Trattato dell’Unione Europea disciplina la clausola di recesso, prescrivendo che ciascun Paese membro possa recedere volontariamente ed unilateralmente dall’UE notificando tale intenzione al Consiglio Europeo. Quest’ultimo predispone un accordo per definire le modalità dell’uscita. Dopo la negoziazione, l’accordo deve essere approvato dal Consiglio stesso a maggioranza qualificata, previa approvazione del Parlamento. In mancanza di intesa, l’uscita diventa comunque effettiva a due anni dalla notifica, a meno che lo Stato ed il Consiglio Europeo non siano d’accordo nel prorogare il termine.

Il Primo Ministro Theresa May avrebbe voluto invocare tale procedura nel prossimo marzo 2017, ma l’High Court of Justice di Londra, con sentenza del 3 novembre 2016, ha disposto la necessità di ottenere prima il voto favorevole del Parlamento. Non si tratta di un voto inutile, ma di un obbligo che discende dai principi costituzionali fondamentali e dalla natura consultiva del referendum di giugno. Il ricorso, presentato da un gruppo di attivisti pro UE guidati dalla donna d’affari Gina Miller, poneva alla Corte il seguente quesito: la Corona, attraverso il governo di turno, ha il potere prerogativa di attivare la procedura dell’art 50 TUE?

Le prerogative costituzionali

La risposta della Corte è stata negativa. Come ricordato dalla High Court, sebbene non sia scritta, la Costituzione del Regno Unito è una delle più rigide. Il principio costituzionale che regge l’intera impalcatura normativa britannica è che il Parlamento è sovrano e la legge promulgata dalla Corona, col consenso di entrambe le Camere, è suprema. Non esiste alcuna normativa che sia sovraordinata a quella del Parlamento a meno che quest’ultimo non lo consenta, come nell’unico e solo caso dell’ECA (European Communities Act) del 1972 con cui il Regno Unito è entrato a far parte dell’UE.

I resti della precedente autorità legale della Corona sono rappresentati dai prerogative powers, entro cui rientrano la conduzione delle relazioni internazionali e la decisione di concludere o meno un accodo. Al riconoscimento di questi poteri non consegue però che la Corona possa autonomamente modificare la normativa interna. È assolutamente escluso che, senza il consenso del Parlamento, la Corona possa riconoscere ovvero abrogare un diritto dei  cittadini.

Uno stop alla Brexit?

Nel caso di specie, non vi è traccia di una simile concessione del Parlamento nel Trattato di ingresso nell’UE, da cui evidentemente sono scaturiti nuovi diritti per il popolo britannico. Né tale potere discende dalla legge del Parlamento con cui è stato indetto nel 2015 il referendum il quale, peraltro, ha natura consultiva, come specificato anche dalla relazione informativa allegata. Nell’ordinamento britannico, infatti, il referendum non è fonte primaria, non è attivabile dai cittadini, ed è vincolante solo se il Parlamento ha dato disposizioni in tal senso. Da tutto ciò si deduce che la Gran Bretagna potrebbe anche non uscire dall’UE qualora il Parlamento decidesse di non tenere conto del voto popolare.

La domanda finale è: i parlamentari decideranno di rispettare la volontà del popolo? È ovvio che la scelta dei membri delle Camera dei Lord e di quella dei Comuni non si baserà soltanto sulle opportunità ed i vantaggi che l’abbandono ovvero la permanenza nell’UE possono offrire al Paese, ma anche sulle conseguenze politiche di un simile voto: gli elettori potrebbero decidere di non confermare alle prossime elezioni quei parlamentari che, dissociandosi dalla maggioranza della volontà popolare, decidessero di votare secondo la propria coscienza.

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L' Autore - Angelica Petronella

Pugliese di nascita, cittadina del mondo per vocazione. Laureata in Giurisprudenza e successivamente diplomata SSPL presso l'Università degli studi di Bari con due tesi di diritto internazionale. Ancora fiduciosa nella giustizia, coltivo il sogno di poter un giorno giudicare anziché difendere.

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