martedì , 23 ottobre 2018
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Scheda elettorale del referendum britannico @MIck Backer

Brexit, le reazioni politiche

72.2% è la percentuale di elettori che ha attivamente preso parte alla decisione di uscire dall’UE il 23 giugno 2016. Una percentuale di partecipazione in grado di far tremare le vene ai polsi a qualunque altro Paese europeo, Italia in primo luogo. Il 51.9% che ha consentito la vittoria del fronte Brexit è stato raccolto tra Inghilterra (53.4%, eccezion fatta per l’area metropolitana di Londra) e Galles (52.5%). Di avviso opposto gli elettori dell’Irlanda del Nord (55.8% dei quali contrari all’uscita) e, soprattutto, della Scozia, dove il 62% ha riconfermato la propria fiducia nel progetto europeo.

Nicola Sturgeon, Primo ministro scozzese e leader dello Scottish National Party (SNP), ha infatti ribadito l’intenzione di intrattenere il più presto possibile un dialogo con Jean-Claude Juncker al fine di comprendere come la Scozia possa continuare i propri proficui rapporti con l’UE. In questo senso, la premier Sturgeon ha ricordato aspramente come, nel 2014, uno dei moniti provenienti da Londra verso il referendum indipendentista sottolineasse come la Scozia potesse rimanere nell’Unione solo rimanendo nel Regno Unito. La Sturgeon paventa quindi la possibilità, a fronte di un adeguamento di legislazione, di un nuovo referendum indipendentista da tenersi, se il parlamento scozzese lo approverà, entro i 2 anni che saranno necessari perché il Regno Unito lasci l’UE.

La vittoria di Farage e le speranza di Johnson

Il vero vincitore di questo referendum appare Nigel Farage, fondatore dell’UK Independence Party (Ukip), che ha salutato il 24 giugno come l’Indipendence Day britannico. Farage ha infatti condotto una lotta senza compromessi per vent’anni contro le istituzioni e le politiche UE, alimentando una forma di nazionalismo estrema e spesso, soprattutto economicamente, sconsiderata. Secondo il leader dell’Ukip, tuttavia, i britannici si lasciano «alle spalle un’unione politica che sta fallendo», permettendosi invece di unirsi «al mondo in un’economia globale per il 21esimo secolo».

Vittoria politica di corso meno lungo è quella di Boris Johnson, ex sindaco londinese e sfidante, in seno al Partito Conservatore, di Cameron, del quale si candida a tutti gli effetti a divenire il successore, specialmente alla luce delle sue dimissioni da Primo ministro. Nella primissima mattinata, appena il risultato del referendum è stato confermato, Johnson ha festeggiato “ il diritto di tutti noi di eleggere e rimuovere le persone che compiono le decisioni politiche chiave”, credendo fermamente che «l’elettorato abbia interrogato il proprio profondo e risposto nel modo più onesto e genuino possibile».

Usa, Francia, Italia: mappa delle reazioni al Brexit

Una gioia forse ancora maggiore è quella dimostrata da Marine Le Pen, a capo del Front National francese: “oggi non è morta l’Europa, ma l’UE. Le nazioni rinascono”, ha dichiarato la leader poco prima che il Presidente Hollande esprimesse la propria piena preoccupazione. Le Pen ha quindi ribadito l’intenzione, in caso di vittoria nel 2017, di dare inizio a una Frexit, come d’altronde ribadisce sin dal 2013. Del medesimo avviso il candidato repubblicano alla Presidenza USA, Donald Trump, oggi in visita proprio in Scozia, dove ha espresso il proprio entusiasmo per il fatto che «il popolo britannico si sia ripreso il proprio Paese». In questo senso, tuttavia, pare poco informato della volontà espressa dagli scozzesi.

Il premier italiano Matteo Renzi, nel mentre, ha convocato urgentemente un vertice a Palazzo Chigi, alla presenza dei ministri degli Esteri, dell’Economia, dello Sviluppo economico, del Governatore della Banca d’Italia e del sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti. A seguito dell’incontro e di conversazioni telefoniche con François Hollande e Angela Merkel (con i quali ha fissato un vertice straordinario lunedì 27), il premier ha presieduto una conferenza stampa dai toni miti ed edulcorati, descrivendo l’Europa come “la casa dei nostri figli e dei nostri nipoti. E’ una casa che ha bisogno di essere ristrutturata, rinfrescata, ma è la casa del nostro domani”.

Di ben diverso avviso il leader della Lega Nord, Matteo Salvini, che, esultando a mezzo Twitter ha “cinguettato” la propria vicinanza al “coraggio dei liberi cittadini” britannici, annunciando l’intenzione di iniziare sin da subito una raccolta firme per una proposta di legge a iniziativa popolare, che consenta l’espressione dei cittadini italiani sul modello del referendum inglese sulla Brexit. Il risultato del voto è stato accolto con il medesimo calore da parte del Movimento 5 Stelle, che, sul blog di Beppe Grillo, sostiene come «nessun governo deve aver paura delle espressioni democratiche del proprio popolo» e che «l’Unione Europea deve cambiare, altrimenti muore».

Le destre ultra-nazionalistiche festeggiano quindi un giorno di “libertà” e di “indipendenza”, pur continuando a parlare spesso con scarsa o nulla cognizione di causa circa le reali condizioni legislative entro cui le realtà nazionali vivono a fronte dei propri accordi internazionali. Una situazione della quale, prima o dopo, saranno senza dubbio chiamati a rendere conto, soprattuto a fronte di uno scenario politico del tutto originale e incerto.

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L' Autore - Tullia Penna

Dottoranda in Bioetica (Visiting à Sciences Po Paris; Giurisprudenza UniTo; presso la stessa: Laura Magistrale a ciclo unico in Giurisprudenza e Certificato di Alta Qualificazione della Scuola di Studi Superiori Ferdinando Rossi - SSST). Ex tutor e rappresentante degli studenti della SSST. Mi occupo di principalmente di questioni relative all’inizio e gravidanza surrogata. Appassionata di tematiche trasversali, mi interesso di diritti civili ed evoluzione delle istituzioni democratiche. Nel tempo libero sviluppo le mie abilità di fotografa e viaggiatrice.

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